La crisi del lavoro sul Primo Maggio

IVREA L'ombra lunga della crisi economica sulla festa del lavoro. I dati del centro per l'impiego del bacino di Ivrea e Canavese parlano chiaro e fotografano una situazione allarmante: 7.003 i disoccupati (il dato si riferisce alla fine del 2011), il 18,3% in più rispetto all'anno precedente quando erano 5.918. Una disoccupazione in quota rosa perché prevalgono le donne alla ricerca di impiego sugli uomini: 3.754 contro 3.249. Un trend che si ripete sempre uguale a sé stesso anche nell'anno precedente quando erano 3155 le donne senza lavoro e 2763 gli uomini. Il che si traduce in un aumento della disoccupazione femminile del 19% in un anno contro quella maschile al 17,6%. Numeri che invitano a riflettere alla vigilia della celebrazione di un lavoro che non c'è. «Da oltre 30 anni lavoro al centro per l'impiego di Ivrea - dice il direttore Armanda Romano - in questo arco di tempo molto è cambiato nel modo di lavorare e nelle figure ricercate dalle imprese. Soprattutto da dieci anni a questa parte, perché, se in precedenza le aziende cercavano anche profili generici oltre che tecnici adesso la tendenza si è invertita. Faccio qualche esempio, l'addetto al montaggio, l'operaio non specializzato, la segretaria, la centralinista, tutti questi lavori non esistono più, a nessuno serve qualcuno che sappia solo rispondere al telefono o avvitare un bullone». Tradotto in percentuali il dato è brutale: il 70% delle persone iscritte al centro per l'impiego senza qualifiche medio-alte difficilmente troverà un'occupazione. «Questo è un momento in cui chi non ha un mestiere in mano lavoricchia più che lavorare a suon di collaborazioni professionali che molto spesso solo in teoria sono occasionali - riferisce Romano -, il più delle volte nascondono lavori subordinati a tutti gli effetti. Per fare il salto di qualità bisogna, dunque, prepararsi molto bene e mi rivolgo in particolare ai giovani quando dico questo, le aziende che cercano personale chiedono non solo qualifiche altissime, ma anche competenze trasversali. Ovvero il perito meccanico deve anche conoscere le lingue straniere, l'inglese certamente, ma anche il cinese e spesso viene richiesto pure l'arabo». E osserva: «Quello che mi fa rimanere di stucco è il fatto che i giovani spesso rifiutano di fare il tirocinio che gli viene proposto. Mi spiego meglio, per avvicinare al mondo del lavoro i ragazzi dai 17 ai 29 anni che magari hanno solo la licenza media ed un impiego saltuario o precario, proponiamo loro di fare un periodo di formazione che può essere di 600 o 800 ore. Però su 100 invii di sms agli iscritti al centro cui facciamo questa proposta rispondono positivamente in 20 persone al massimo. Tirocini si badi bene per cui sono previsti rimborsi spese fino a 500 euro. Abbiamo provato a fare delle telefonate a campione per capire i motivi del rifiuto e la maggior parte degli interpellati ci ha risposto che l'offerta non era appetibile perché aspettavano che gli venisse proposto un lavoro in fabbrica e soprattutto stabile. Ma aspetti cosa, mi viene da dire? I ragazzi devono capire che così non va bene, anche il tirocinio può essere una soluzione perché non è affatto escluso che poi, alla fine del percorso di formazione, avvenga l'inserimento in azienda». Mariateresa Bellomo ©RIPRODUZIONE RISERVATA