Arrigoni: Gaza ricorda, processo a rilento
Il processo non ha ancora fatto chiarezza, ma Gaza non ha dimenticato Vittorio Arrigoni, l'attivista italiano ucciso il 15 aprile del 2011 nella Striscia al termine di un rapimento lampo da parte di un gruppo terrorista guidato da un giordano di fede jihadista salafita. Come ogni giorno da dodici mesi anche ieri, primo anniversario della morte, la famiglia di Jaber Abu Rujaleh è entrata nei campi che a sud di Gaza lambiscono il confine con Israele e ha deposto un fiore sulla lapide che ricorda ViK. Quattro complici del rapitore sono da allora sotto processo nella Corte marziale di Gaza, ma la sentenza non appare vicina. Ieri, nel ristorante "Avenue" di Gaza gli Abu Rujaleh hanno ricordato Vik assieme a gente comune, cooperanti di vari Paesi ed esponenti della società civile, ma non rappresentanti di Hamas per i quali forse Vittorio era un personaggio scomodo. Già da giorni la sua effige spunta ovunque nella centrale via Omar el-Mukhtar. In via al-Nasser un ristorante porterà il suo nome, mentre sabato gli è stato intestato un pozzo d'acqua nel campo profughi di Jabalya. Degli estremisti implicati nel rapimento, uno ha un nome: Abdel Rahman al-Breizat, "il giordano". Rimase ucciso in uno scontro a fuoco con le unità speciali di Hamas, alcuni giorni dopo l'omicidio di Arrigoni. Con lui fu ucciso un estremista palestinese Bilal el-Omari. Si disse che volevano scambiare l'ostaggio con lo sceicco salafita al-Maqdesi, detenuto da Hamas. In seguito gli imputati hanno ritrattato, dicendo di essere stati sottoposti a pressioni durante le indagini. Dopo venti udienze, il processo non ha dato risposte precise. Una nuova seduta è fissata per la metà di maggio: almeno tre degli imputati potrebbero rischiare la pena di morte ma la famiglia Arrigoni si oppone: «Restiamo umani» diceva Vik.