L'altro Scotellaro Dalla civiltà contadina gemme di nuova vita
A IVREA Nebbia e gelo nell'aria stamattina, ho in faccia il colore della Dora. Una sirena, una ciminiera. L'eporediese sogna il vento che ripulirà le strade di questa terra benedetta. Ma intanto penso a mia madre che si abbrustia il viso: sventagliando lo zinale infarinato attizza il fuoco. CARNEVALE Ho comprato pure io il berretto frigio. Ho visto ragazzi sfogare la rabbia impari all'eterno malvivere. Si tirano le arance sulla faccia nella piazza di Ivrea. A VICO CANAVESE I mieri convitati se ne vanno, la vicina di casa esce a svuotare la carriola del letame. di Pino Bellocco wIVREA L'avevamo lasciato, nell'ormai lontano 1999, a rimettere insieme - fatica immane quanto inutile - i cocci della sua e nostra (lucana o piemontese o cos'altro, che importa?) cultura contadina andata a pezzi. Tredici anni di silenzio, dalla pubblicazione di quella prima raccolta di versi, "I cocci dell'orciolo", che più di un critico salutò come esempio di "coltissima rielaborazione della poesia popolare italiana", e Rocco Vincenzo Scotellaro ritorna con una nuova pubblicazione che raccoglie tutte la sua produzione poetica, "Le gemme promettono bene", Paolo Laurita Editore, Potenza, 2012, pagg. 115, euro 15,00. Nativo di Tricarino e nipote dell'altro e più grande Scotellaro, Rocco Vincenzo arriva a Ivrea, come tanti altri dal Sud,per lavorare alla Olivetti. Diventa banchettese d'adozione, a parte una parentesi di alcuni anni vissuti a Vico Canavese. A Banchette è anche socio-fondatore del gruppo poetico Coscienza dell'Albatros e presidente dell'omonimo premio nazionale. Numerosi, e tutti di prestigio, i riconoscimenti ricevuti in trent'anni e più di attività poetica, dalla medaglia del Presidente della Repubblica al trofeo nazionale di poesia Cidac (1984) al Premio nazionale Paestum (1991), per finire al Premio Opera prima dell'Università di Bologna (2001) proprio per la raccolta di versi "I cocci dell'orciolo". Il nuovo volume di poesie di Rocco Vincenzo Scotellaro è arricchito, oltre che da dieci tavole illustrative e dalla traduzione a fronte in lingua spagnola, da una prefazione di Franco Vitelli, quanto mai profonda e sistematica, quasi un saggio critico sull'intera opera del poeta banchettese. La pubblicazione di questa seconda raccolta organica delle poesie di Scotellaro si deve in gran parte a Enza Spano, amica e conterranea del poeta. E' sua anche l'idea di far tradurre in spagnolo le poesie, affidando l'incarico a due docenti dell'Università di Girona, Francesca Romana Uccella e Daniela Ibba, per una più diretta fruizione dell'opera nell'ambito di un'identità mediterranea aperta al confronto tra popoli e culture. Testimone diretto e interprete ispirato della civiltà contadina, Scotellaro non si lascia mai prendere la mano da facili piagnistei o da cedimenti nostalgici per modelli di vita e di società rimasti chiusi, fortunatamente, nel passato. Ma ciò non toglie il senso di privazione (e, a tratti, di sconforto) per qualcosa di genuino e di bello, nel modo di pensare e di parlare dei nostri padri, che oggi s'è irrimediabilmente perso, quel sentirsi orfani di valori e gesti e sentimenti e parole che ci aiuterebbero molto, di questi tempi, a crescere e a vivere meglio in quella giungla umana che è diventato il presente. E' questo il messaggio di fondo della poesia di Rocco Vincenzo Scotellaro, per la verità già chiaro ne "I cocci dell'orciolo" e in questo secondo libro ancor più esplicitato. Basta il solo titolo dato alla raccolta, "Le gemme promettono bene", gemme di nuova vita che si aprono al futuro, al progresso, a patto, però, che si recuperi la centralità dell'uomo, che si torni ai valori di onestà, di semplicità, di amore e di rispetto per la natura. Che si torni, cioè, alle radici dell'umanità.