Senza Titolo
di FRANCESCO JORI E' una fredda giornata del gennaio 1984 quando a Padova Franco Rocchetta, padre-padrone della Liga Veneta (che a sorpresa pochi mesi prima ha visto eleggere due suoi uomini in Parlamento) convoca una riunione dei movimenti autonomisti del Nord. In sala c'è un quarantenne un po' spaesato, Umberto Bossi, classe 1941, che in quelle stesse elezioni si è presentato alla testa dell'Unione nord-occidentale lombarda per l'autonomia, raccogliendo la miseria di 157 voti. Spiega di essere stato folgorato dal messaggio autonomista di Bruno Salvadori, ideologo valdostano. Mentre i veneti, squassati da faide interne, vanno incontro a un rapido declino, Bossi cresce rapidamente cavalcando il tema degli interessi del Nord ignorati da Roma, e di quelli della piccola impresa trascurati a favore di Torino. Nel 1984 fa nascere la Lega Lombarda assieme a quella che diventerà sua moglie, Manuela Marrone. E tre anni più tardi entra per la prima volta in Parlamento, al Senato, mentre l'amico Giuseppe Leoni va alla Camera; nel 1989 sbarca anche a Strasburgo, eleggendo Francesco Speroni e Luigi Moretti. Nel dicembre di quello stesso anno firma dal notaio l'atto costitutivo della Lega Nord, assieme ad altre nove persone, sette delle quali verranno epurate negli anni successivi; nello statuto si parla della trasformazione dell'Italia in Stato federale, progetto per il quale il Carroccio si appoggia a Gianfranco Miglio, facendone in qualche modo l'ideologo. Il nuovo movimento decolla operativamente solo nel febbraio 1991, con il congresso di Pieve Emanuele; dove tra l'altro Bossi, eletto trionfalmente segretario, lancia uno dei suoi slogan più rinomati: «La Lega ce l'ha duro». Nel giugno successivo, sul prato di Pontida, lancia la Repubblica del Nord. La Lega Nord debutta alle politiche del '92, le ultime della prima Repubblica, conquistando quasi il 9 per cento e 80 seggi: «Il più influente agente di cambiamento della scena politica italiana», la definisce il Wall Street Journal. Bossi, sfiorando le 240mila preferenze, diventa il parlamentare più votato d'Italia. Ma proprio quando il vecchio regime tracolla, sulla scena appare un competitore che gioca sul suo stesso bacino elettorale: Forza Italia. Il leader del Carroccio sceglie l'alleanza col Cavaliere, che gli vale l'ingresso al governo; ma quando per il ministero delle Riforme preferisce lo steward Alitalia Francesco Speroni al professor Miglio, quest'ultimo se ne va sbattendo la porta, accompagnato da un fine commento di Bossi: «Miglio? Una scorreggia nello spazio». E tuttavia il timore di un abbraccio mortale lo induce a scaricare il Cavaliere dopo appena pochi mesi, già nel dicembre '94; per questo sfiora la rottura con l'amico della prima ora Bobo Maroni, vice presidente del Consiglio, contrario alla scelta, e che rischia l'espulsione. Lì il "senatùr" inaugura la lunga stagione della secessione della Padania, che lo conduce a una serie di mosse di forte impatto comunicativo ma di scarsa o nulla influenza pratica. Vara un Parlamento del Nord, fa stampare una Gazzetta Ufficiale della Padania, batte moneta, fa fiorire una serie di movimenti paralleli tipo gli Orsetti Padani e l'Automobile Club Padano, dà vita a un quotidiano ("La Padania") e a un settimanale ("Il Sole delle Alpi") ignorati dagli stessi dirigenti, rievoca improbabili radici celtiche, promuove una marcia sul Po che parte da Torino e si conclude a Venezia: da dove lancia un farsesco ultimatum di un anno allo Stato Italiano, trattare per l'indipendenza del Nord o dirsi addio. E spara a palle incatenate su un Berlusconi definito con gentili epiteti quali "Berluskàz" e "il mafioso di Arcore". Elettoralmente, tutto questo sembra pagare: alle politiche '96, correndo in solitario, la Lega ottiene il più alto risultato, superando il 10%+; ma l'isolamento la spinge di fatto ai margini, così che alle europee del '99 il Carroccio vede più che dimezzato il consenso. Lì, mediatori Giulio Tremonti e Renato Brunetta, parte la riconciliazione, che viene collaudata alle regionali 2000, per essere poi formalizzata alle politiche 2001. Bossi paga dazio pesante, vedendo il partito ridotto per qualche anno a un miserando 4%; ma torna al governo, e mette sul tappeto la "devolution", spacciandola per federalismo. Riesce a portarla a casa in Parlamento, ma la vede bocciare al successivo referendum. L'11 marzo 2004 il "senatùr" viene colpito da un ictus; rimarrà ricoverato in una clinica svizzera fino all'ottobre successivo. Dopo le dimissioni, vistosamente segnato nel fisico, torna in campo ma viene un po' alla volta condizionato dal cosiddetto "cerchio magico" che ha il principale animatore nella moglie Manuela, in stretto legame con l'amica e vicina di casa a Gemonio Rosy Mauro. Dopo il fallimento della breve stagione di governo del centrosinistra, il Carroccio va al voto superando l'8 % e torna al governo con quattro ministri, tra cui Bossi, lanciando la battaglia per il federalismo fiscale; conferma anzi consolida il consenso nelle europee 2009 e nelle regionali 2010, dove porta a casa due presidenti (Zaia in Veneto e Cota in Piemonte) e torna alle percentuali a due cifre. Ma un po' alla volta Bossi passa dal decisionismo esasperato al ruolo di "Re Tentenna", finendo subalterno a Berlusconi specie nelle vicende personali del Cavaliere, dai processi al farsesco caso Ruby; e intanto la riforma del fisco in senso federale finisce per evaporare. C'è fermento nella base, che gli chiede di rompere con Arcore. Lui tiene duro, ma quelle che rivolge ai suoi contestatori sono minacce di cartapesta. E cresce all'interno del partito un'opposizione all'invadenza del "cerchio magico", capeggiata da Bobo Maroni, che ottiene la sostituzione del capogruppo Reguzzoni con Gianpaolo Dozzo, e che viene consolidandosi nei congressi provinciali. Si comincia a parlare di ricambio al vertice, con la storica fine della monarchia assoluta di Bossi, ma la prospettiva sembra ancora lontana. Ad accelerarla, rendendola clamorosa realtà, sono i giudici. E come il protagonista dell'"Autunno del patriarca" di Garçia Marquez, anche per il Signore del Carroccio arriva il momento in cui cala mestamente il sipario. ©RIPRODUZIONE RISERVATA