L'offensiva di Marchionne «In Italia ma come dico io»
di Luca Marognoli wROMA Parla in italiano ma con un accento sempre più spiccatamente americano (e tra poco la cadenza sarà anche un po' russa) Sergio Marchionne. Anche quando assicura che la Fiat resterà in Italia non convince, i sindacati per primi. L'azienda torinese - ha detto ieri a Bruxelles il numero uno del Lingotto, parlando come presidente dell'associazione europea dei produttori di auto (Acea) - conferma il suo impegno in Italia «ma a condizioni estremamente chiare». Eccole: Fiat è disposta a «mettere a disposizione del Paese l'opportunità enorme che si è creata andando in America», ma è necessaria una politica industriale che consenta agli stabilimenti di raggiungere «un livello di produzione adeguato per competere a livello internazionale». La strada è quella indicata dal governo e dalla Bce: Marchionne si complimenta con il «grandissimo lavoro» fatto da Mario Monti per «spostare in avanti l'agenda del Paese» e si dice d'accordo con Mario Draghi quando afferma «chiaramente che occorre ripensare e ridimensionare il welfare». A sostegno delle sue dichiarazioni di intenti, l'amministratore delegato di Fiat fa esempi concreti, come la gestazione del modello Jeep Mirafiori, che accenderà il motore l'anno prossimo. Tuttavia le condizioni dettate da Marchionne in alcuni passaggi suonano quasi come un ultimatum: «Non posso continuare a perdere soldi in Europa - ribadisce - semplicemente per mantenere in piedi un sistema industriale che poi economicamente non ha basi». Botta e risposta. Il commento di Giovanna Camusso è caustico: «Bisognerebbe smetterla di farsi chiedere delle cose dall'ad di Fiat», dice il leader della Cgil, secondo cui «il governo, in nome e per conto di questo Paese, dovrebbe chiedere a lui che cosa fa per investire in Italia». Che Fiat non lasci in Italia «solo la testa», ma ci mantenga anche braccia e gambe, cioè le fabbriche, lo chiede a gran voce il segretario dell'Ugl, Giovanni Centrella. Ma voci critiche si levano anche dai partiti di sinistra: «Dopo tutti gli incentivi che Fiat ha avuto negli anni le minacce dell'amministratore delegato sono davvero il colmo», attacca Oliviero Diliberto (Pdci); vede un Marchionne che «parla come il padrone d'Italia» ma una Fiat «più assistita di un falso invalido» Paolo Ferrero (Rifondazione); mentre per Andrea Lulli (Pd) la Fiat, invece di porre nuovi condizioni, dovrebbe «presentare finalmente il piano industriale sui 20 miliardi di investimenti promessi in Italia». Drastico Maurizio Zipponi (Idv): la Fiat - sentenzia - «prende in giro tutti gli italiani». Una cosa è certa: lo scenario sul quale si sta muovendo il Lingotto è sempre più globale. Entro la fine del 2013 - annuncia Marchionne - sarà prodotta la prima Jeep in Russia. Un accordo finanziario è già stato concluso, mentre per quello industriale «le idee sono chiare: nei prossimi 24 mesi partirà la produzione» a Mosca e San Pietroburgo. Ma l'ad del gruppo torinese strizza l'occhio anche all'Oriente: «Ci sono tantissime opportunità da esaminare - dice -, incluse quelle con Suzuki e Mazda. In Europa non ci sono rimasti molti partner». E proprio riferendosi al mercato del vecchio continente, il presidente di Acea lancia l'allarme: il 20% circa della capacità di produzione dell'industria dell'auto è «ridondante». Serve dunque «uno sforzo congiunto a livello europeo», perchè non basta «liberalizzare in Europa se poi soffriamo di inflessibilità a livello nazionale». ©RIPRODUZIONE RISERVATA