Manuale di scrittura per (buoni) giornalisti
di Pino Bellocco Non è solo una grammatica per futuri giornalisti - con le sue regole ferree e pallose, ma anche con i suoi esempi utilissimi e strabenedetti, da tenere sempre a portata di mano (e di mente). Questo "Manuale di scrittura giornalistica", di Ugo Cardinale (Utet, 2011, pagg. 194, euro 23,00), è anche, a volerlo e a saperlo leggere, un compendio di storia del giornalismo, dalla scoperta del telegrafo e dalle basilari "cinque W" alla nascita di altri mezzi e modelli di comunicazione (leggansi radio e tv), fino alla rivoluzione informatica, tuttora in corso, e a quel terribile e affascinante volto del Web che sembra sia sul punto, ormai da qualche anno, di abbattere l'ultimo fiero baluardo di quello che è definito "l'impero di carta", cioè i giornali. Niente paura, rassicura Cardinale. A parte il fatto che «le due modalità di comunicazione, quella di carta e quella on line, possono ancora convivere proficuamente (…), la carta stampata sembra avere ancora uno suo spazio e un ruolo per un pubblico che vuole pensare». E sennò, aggiungiamo noi, che senso avrebbe pubblicare, oggi, un manuale di scrittura giornalistica? Ugo Cardinale, preside dello storico liceo classico "Botta" di Ivrea, per anni docente di Linguistica generale all'Università di Trieste, parte dalla denuncia di un vizio culturale, tipicamente italiano, e cioè la mancanza di qualsiasi comunicazione, in un passato anche recente, tra "mondo accademico e mondo della scrittura professionale", per cui un giornalista diventava tale solo (ed esclusivamente) attraverso la pratica sul campo, risultando del tutto banditi lo studio e l'esercizio scolastico. E da qui, errori e strafalcioni al limite del ridicolo. Oggi, per fortuna, qualcosa è cambiato. Stanno lì a dimostrarcelo non solo l'istituzione dei corsi di laurea in Scienze della Comunicazione – e presto, a quanto sembra, di corsi di laurea in Giornalismo -, ma anche «la scoperta dell'articolo di giornale come modello di scrittura per l'esame di Stato» nelle scuole superiori. Ma come si diventa un buon giornalista? Quale il bagaglio culturale e tecnico richiesto? Cardinale non ha dubbi: «Lo studio della lingua è lo strumento di base primario del buon giornalista (…). Apprendere l'arte dello scrivere, che non è un dono di natura come credevano i romantici, non è quindi un tirocinio umiliante per chi vuole imitare i giornalisti o per chi vuole apprendere i ferri del mestiere giornalistico». E i "ferri del mestiere", trattandosi di un lavoro che si basa essenzialmente sulla parola e sulla scrittura, non possono essere che uno studio serio (o un ripasso serio: l'analfabetismo di ritorno è sempre in agguato…) della sintassi e una conoscenza appropriata e non superficiale della grammatica e delle sue regole principali. A cominciare dalla punteggiatura, sempre più trascurata nella lingua scritta, a tutti i livelli, non solo quelli giornalistici. Proprio all'interpunzione Cardinale dedica, nel suo libro, ben due paragrafi del capitolo 6, relativi alla punteggiatura «come segmentazione del discorso scritto» e alla «funzione coesiva del punto come fattore di focalizzazione», che gli "studenti" di giornalismo, ma anche i giornalisti già "arrivati", i professionisti, farebbero bene a tenere d'occhio. Come da non perdere sono tutti quei "cattivi esempi da non imitare" – alcuni anche amaramente divertenti – che l'autore riporta, trascrivendoli, correggendoli e commentandoli, dai principali quotidiani italiani.