Valore e ricchezza del cibo con i presìdi Slow food

SAN GIORGIO Conoscenza, cultura, territorio e gusto si fondono domenica 30 ottobre al castello di San Giorgio per un'intensa giornata dedicata al valore intrinseco del cibo, messo sotto la lente d'ingrandimento: discusso e poi assaggiato. L'iniziativa è organizzata da Slow food Piemonte e Valle d'Aosta, che a San Giorgio l'anno scorso ha inaugurato il suo primo presidio canavesano dedicato alla piattella, il delizioso fagiolo bianco, tipico della frazione Cortereggio di San Giorgio, riscoperto e valorizzato, grazie all'impegno di un'associazione costituitasi ad hoc, e presieduta da Ivan Rean Conto. A partire dalle 10 accanto alla piattella, ci saranno diversi presìdi di Slow food, le comunità del cibo e le piccole produzioni di qualità dei prodotti del paniere della provincia di Torino, con la possibilità di degustare, acquistare e dialogare con i produttori. Nel pomeriggio (dalle 15 alle 17) nel salone centrale del castello, avrà inizio il convegno dal titolo "La qualità è una narrazione, ditelo in etichetta". «Le etichette dei prodotti alimentari – dice Ivan Rean Conto – sono quasi tutte insufficienti, talvolta addirittura reticenti o ingannatrici. E questo accade nonostante si parli di tracciabilità, di origine delle produzioni, di territorio. Ci si affida sempre più a una non meglio definita qualità. Ma cosa sia, come nasca, come si ottenga, non è mai stato specificato. E' necessario iniziare a raccontare la qualità, soprattutto in etichetta». Relatori del convegno saranno Piero Sardo, presidente della fondazione Slow food per la biodiversità, Andrea Pezzana, nutrizionista dell'ospedale San Giovanni Bosco di Torino, Paola Rebufatti, consulente del laboratorio chimico della Camera di Commercio di Torino, Elena di Bella, responsabile progetto sviluppo e valorizzazione tipiche dei prodotti del paniere della provincia di Torino e Sara Richeda, nutrizionista dell'ASL di Ivrea. I presidi sono progetti di Slow food che tutelano e valorizzano le piccole produzioni di qualità che rischiamo di scomparire, valorizzano i territori, recuperano mestieri e tecniche di lavorazione tradizionali, salvano dall'estinzione razze autoctone e antiche varietà di ortaggi e frutta. Come nel caso della piattella di Cortereggio, che senza la lungimiranza dell'agronomo sangiorgese Mario Boggio, che nel 1981 consegnò alla banca del germoplasma dell'università di Torino pochi chilogrammi di fagiolo bianco di Cortereggio per conservare la semente, sarebbe una coltura scomparsa. «Senza territorio non esisterebbe il cibo - aggiunge Ivan Rean Conto - l'espressione del terreno, del clima e del "saper fare". Il cibo come parte della nostra identità, come elemento che plasma il paesaggio, come espressione culturale». Lydia Massia