Governo caos, battuto sul bilancio

di Gabriele Rizzardi wROMA Benché lo temesse, il colpo del ko, Berlusconi non se l'aspettava. Non ora, almeno. Non durante le votazioni sulla legge di bilancio. E invece lo scivolone, che fa implodere la maggioranza e porta il governo a un passo dalla crisi, avviene alla Camera proprio sull'articolo 1 del rendiconto generale dello Stato. Il quorum è fissato a quota 291. I voti a favore sono 290 ed anche quelli contrari sono 290. Nessuno si astiene. Per un voto, il governo va sotto e dai banchi dell'opposizione si leva un coro assordante: «Dimisssioni, dimisssioni». Il tutto avviene sotto lo sguardo impietrito del Cavaliere che era appena entrato nell'aula di Montecitorio ed ha assistito alle votazioni rimanendo immobile. Stordito dalla botta, allibito, quasi incredulo, il premier si alza dal banco del governo senza salutare nessuno e a lunghi passi guadagna l'uscita. Il governo è giunto al capolinea? «No, per adesso non viene giù», assicura Bossi che però non si sbilancia sulla tenuta del governo. «Per adesso» va avanti. A fare andare sotto il governo sono le assenze di 14 parlamentari del Pdl. Non vota Giulio Tremonti, che resta sulla porta d'ingresso dell'aula e viene fulminato dallo sguardo del Cavaliere, che gli passa vicino e non lo degna nemmeno di un saluto. Non vota Umberto Bossi, che si attarda nel cortiletto di Montecitorio, parlotta con i cronosti e fuma il sigaro. Ma a non votare sono anche Claudio Scajola, Antonio Martinio e persino i "responsabili" con in testa Domenico Scilipoti e Francesco Pionati. Risultato voluto? Denis Verdini prova a gettare acqua sul fuoco e derubrica le assenze illustri a semplice incidente: «Non credo a un complotto. Scajola era insieme a Berlusconi ed è entrato subito dopo. Ed anche questa incazzatura su Tremonti... Chi lo accusa non guarda i fatti». E i fatti, secondo l'imbarazzata nota diffusa dal Tesoro in serata, dicono che «non c'è nessuna ragione politica» e che il ministro «era impegnato con gli uffici di gabinetto nella valutazione dei dossier relativi a ciascun ministero». E quindi è arrivato in ritardo a Montecitorio. Ma la spiegazione non regge e il presidente della Camera, Gianfraco Fini, parla di un «fatto senza precedenti» e prima di sospendere la seduta, subito dopo la bocciatura, assicura che si tratta di un voto che ha «evidenti implicazioni di carattere politico». E puntuale, nella maggioranza, esplode la rabbia nei confronti di Tremonti. «Ma ti pare che il ministro dell'Economia non vota sul rendiconto e se ne sta fermo sulla porta?», si chiede un infuriato deputato del Pdl che preferisce l'anonimato. La rabbia si legge sui volti del frondista Guido Crosetto («Gli assenti dovranno spiegare...») e del fedelissimo Osvaldo Napoli. Ma c'è anche chi, come Edmondo Cirielli, chiede la testa del superministro: «Tremonti si dimetta». La maggioranza, insomma, rischia di andare in pezzi ed anche l'incontro di tre ore che c'è stato ieri tra Berlusconi e Scajola non ha risolto tutti i problemi. L'ex ministro, che può contare sull'appoggio di una trentina di deputati, tiene duro e al Cavaliere ha spiegato che la priorità è l'allargamento della maggioranza al Terzo Polo e questo «anche se dovesse comportare un passo indietro del premier». La situazione, insomma, rischia di precipitare e, dopo la bocciatura, il governo pensa di andare avanti proponendo come soluzione quella di fare un maxiemendamento al rendiconto dello Stato, che contenga gli articoli dal 2 ai successivi, e di blindare il provvedimento con il voto di fiducia. Sarebbe questa la risposta sul piano politico che secondo i maggiorenti del Pdl obbligherebbe anche i più dubbiosi a fare quadrato intorno al Cavaliere. ©RIPRODUZIONE RISERVATA