Lucarelli: «Meglio un colpevole fuori...»

di Annalisa D'Aprile wROMA «Meglio un colpevole fuori che un innocente in carcere» dice Carlo Lucarelli (scrittore, autore e conduttore di programmi tv) che sul caso Meredith si definisce "colpevolista", perchè il «ragionamento del primo processo» lo ha «convinto» di più. La perizia scientifica ha ribaltato la sentenza: da una condanna a 26 e 25 anni per Amanda e Raffaele ad un'assoluzione piena. Com'è stato possibile? «Non sono un tecnico, ma da quel poco che so la scienza forense cambia anche in poco tempo e si possono avere nuovi risultati da un processo ad un altro. Il tempo, però, può anche essere un nemico e corrompere reperti correttamente conservati o meno. Ma credo che la vera ragione sia che ogni perizia è sempre controperiziabile». Forse l'inchiesta è stata condotta male fin dall'inizio? «No, non credo sia stata condotta male. Abbiamo letto tante cose ma non è detto che corrispondessero al reale lavoro degli investigatori». Allora è la scientifica ad aver lavorato male? «In Italia abbiamo sempre avuto una scientifica all'avanguardia, sia quella della polizia che quella dei carabinieri, studiata per tanti aspetti anche all'estero e anche dagli americani. Il che non toglie che quando si lavora male si prendano delle cantonate e questo succede, sia da noi che all'estero. Credo che il problema sia dare troppa importanza all'indagine scientifica, che è soltanto uno dei fattori di una investigazione. Dal punto di vista mediatico siamo troppo abituati a C.S.I., nel senso del telefilm, naturalmente». Il sistema giudiziario italiano è troppo garantista? «Non si è mai troppo garantisti. Una volta i casi di omicidio si risolvevano perché dopo sedici ore di interrogatorio in una stanza fumosa il sospettato crollava e confessava. Oggi, per fortuna, non si può. L'investigatore deve affinare altre tecniche più lecite e morali per ottenere lo stesso risultato. Sta alla politica, e anche all'informazione, metterlo in condizione di trovare e utilizzare quelle tecniche». Siamo sotto l'attacco dei media stranieri che parlano di una giustizia ridicola, lenta nei suoi tre gradi di giudizio. È così? «Che la nostra giustizia sia lenta e piena di problemi lo sappiamo anche noi. Magari il sistema dei tre gradi di giudizio si può anche riformare, ma intanto la Knox e Sollecito, se innocenti, sarebbero due innocenti assolti, mentre in altri posti sarebbero in galera e basta. Se non morti, come a volte è avvenuto dove negli Stati Uniti la pena di morte è stata comminata ad un innocente o fortemente presunto tale. E non dimentichiamoci che di casi in cui la polizia americana ha raccolto false prove o le ha manomesse in buona o cattiva fede rendendole inutilizzabili ce ne sono parecchi, da Rodney King a o.J.Simpson». Rispetto ad altri sistemi giudiziari, come quello americano, il nostro com'è? «Non conosco abbastanza il sistema americano da esprimere un giudizio. Forse da loro ci sono meno magistrati che si trovano costretti a fare il loro dovere "nonostante" e "contro" un sistema che non li mette in condizione di lavorare, appesantito da zavorre politiche, economiche e burocratiche. Sia in buona che in mala fede». La sentenza è stata letta in diretta tv, perché tanta attenzione mediatica? «Intanto perchè è un giallo, nel senso narrativo della parola, ma il fattore determinante è l'esposizione che in questo caso è stata altissima». ©RIPRODUZIONE RISERVATA