Tommaso Vaccina racconta la sua Mombarone
IVREA Tornato nella sua Pavia, dove lavora come fisioterapista in un ospedale della città, Tommaso Vaccina, nazionale di corsa in montagna e recente vincitore della 35a riedizione dell'Ivrea-Mombarone, ci ha inviato la sua cronaca della gara, corsa che si è aggiudicato alla prima partecipazione. Anche a distanza di qualche giorno dall'impresa dell'atleta pavese vale la pena ricordare le sue impressioni sull'appuntamento più classico nel panorama delle corse in montagna. «Mi ero convinto che fosse l'anno giusto per tentare, ma per prudenza porto con me il cardiofrequenzimetro, per avere qualche riscontro in più e gestirmi al meglio - racconta Vaccina -. Subito dopo la partenza il ritmo in testa risulta tutt'altro che blando. A fare l'andatura è Lenzi, che mi dicono sia il più in forma. Solo Pellissier, detentore del record, sembra poter resistere al nostro ritmo. Le mie pulsazioni sono già alla soglia, e tutto ciò non è incoraggiante. Ma quando inizia la salita vera mi trovo davanti, stacco i diretti avversari, mentre l'entusiasmo mi porta s superare le 170 pulsazioni al minuto. Grave errore, penso, è appena iniziata la salita e non posso permettermi di 'andare in acido lattico'. Cerco di gestirmi restando calmo, mentre il tifo non manca. La pioggia torrenziale del giorno prima ha reso il terreno molto scivoloso, e la scelta di scarpe protettive per i mie tendini un po' doloranti non sembra sufficiente ad evitare pericolosi sbandamenti. Sto ancora sprecando troppe energie. Solo nei tratti asfaltati ho l'impressione di recuperare forze preziose e di correre bene. Prima di metà gara, tuttavia avverto lo sconforto dell'atleta che ha fatto male i suoi conti, temendo che le energie perse all'inizio possa poi pagarle con gli interessi - continua Vaccina -. A San Giacomo trovo i miei amici Sarah e Gianni che mi stanno aspettando. Il loro tifo mi dà ancora voglia di soffrire e provarci. Non so chi mi stia inseguendo e con quale distacco. Intanto, con la mente rivivo tutte le gare di questa lunga stagione che non sono andate nel migliore dei modi. Finiscono i prati ed inizia la roccia, mentre qualcuno, col megafono, mi chiede, urlando, come mi chiamo. Non ho fiato per rispondere, aspetto di essergli ad un metro, e quando pronuncio il mio nome si scatena il tifo sfrenato di quanti sono presenti al punto di ristoro. Pochi passi, e finisce il sentiero come lo intendo io, atleta di pianura. Inizia l'arrampicata, sempre più verticale, su massi a tratti scivolosi. Cerco di gestire il vantaggio accumulato, senza prendere rischi. La punta si avvicina ed inizio a credere che sia veramente fatta. Le gambe sono stanche, ed il cronometro mi dice che il record è ormai sfumato. Ma dove posso continuo a correre, perché dalla cima il pubblico mi chiama, e tutto questo è fantastico. Pochi gradini ancora e vedo la piccola linea del traguardo. Ho vinto, superando di poco le due ore di gara. Finalmente posso osservare il magnifico panorama. Daniela mi saluta entusiasta: è sempre bello avere una persona che ti aspetta oltre il traguardo. Questa mia stagione di corse in montagna finisce con un bel successo. Un grazie a chi mi ha saputo motivare, seguire con pazienza, essermi compagno nella fatica quotidiana e vicino nelle immancabili insoddisfazioni». (g.g.)