La Camera salva Milanese per tre voti
di Paolo Carletti wROMA Per una manciata di voti il deputato del Pdl Marco Milanese ha evitato l'arresto. 312 contro 306 l'esito dello scrutinio del voto segreto alla Camera di ieri, uno scarto minimo che ha comunque salvato, grazie alla Lega, il parlamentare indagato dai pm di Napoli nell'inchiesta P4. Il Carroccio ha seguito la linea di Bossi, ma soprattutto è stato Maroni ad allinearsi. Così, a differenza di quanto accadde il 20 luglio, quando i maroniani si espressero a favore dell'arresto di Alfonso Papa (sempre Pdl), Milanese è stato risparmiato. La spiegazione è solo politica, non c'entrano le accuse, che sono molto gravi per Milanese come lo erano per Papa. La Lega ha voluto salvare il governo, e ora Maroni otterrà la sostituzione del capogruppo leghista alla Camera come chiede da tempo. Un voltafaccia per la base che ieri ha inveito sui siti e su Radio Padania accusando soprattutto il ministro dell'Interno. E' stata una delle giornate a più alta tensione per il governo Berlusconi, che di fronte a un voto favorevole all'arresto sarebbe imploso. Ma il Cavaliere non può stare tranquillo, perché se la Lega ha allungato la vita dell'esecutivo, ieri a Montecitorio l'arresto di Milanese e il disastro che ne sarebbe conseguito è stato evitato, a conti fatti, per soli tre voti in più rispetto a quelli che servivano. La maggioranza richiesta era di 309, raggiunta col fiatone, mentre i favorevoli all'arresto si sono fermati a quota 306. E scorrendo i tabulati della votazione, sono sette i franchi tiratori che dai banchi della maggioranza hanno detto sì all'arresto dell'ex consigliere del ministro Tremonti. «Non erano della Lega - ha puntualizzato Bossi, noi abbiamo votato compatti». Più facile in effetti trovarli proprio nel Pdl. Tra i ministri erano assenti Frattini e Tremonti, entrambi in missione all'estero. Ma è stata l'assenza del ministro del Tesoro a provocare una vera sollevazione tra i deputati del Pdl, che hanno parlato (o urlato a fine votazione, come la Santanchè) di assenza «vergognosa, immorale». Berlusconi però, scuro in volto per la risicata maggioranza, ha evitato di commentare. Il premier è arrivato in aula intorno a mezzogiorno dopo il Consiglio dei Ministri. Ha accarezzato la testa di Bossi e si è seduto con un'espressione torva, proprio mentre il dibattito lasciava il posto al voto. E quando il presidente Fini ha letto il responso, si è voltato verso La Russa seduto accanto chiedendo, scuro in volto, «ma solo per sette voti?» (in verità sei perché per un errore tecnico non era stato conteggiato quello di Enrico Letta del Pd). La Russa ha annuito sconsolato, mentre dai banchi della maggioranza partiva un timido applauso. «Mi sono salvato per il rotto della cuffia» ha detto Milanese ai primi parlamentari del Pdl che si sono avvicinati per abbracciarlo (Barbareschi, Pizzolante, Santelli, e poi altri), facendo capire che si aspettava un margine più ampio, ma evitando qualsiasi critica contro Tremonti. Qualche minuto per ringraziare tutti, poi il saluto a Berlusconi con cui si è intrattenuto a parlare. Ma non è una festa per la maggioranza, il nervosismo è palpabile, le divisioni restano, le opposizioni attaccano, mentre il popolo Viola ha protestato all'esterno di Montecitorio. Il segretario del Pd Bersani parla di «giornata amara per il Parlamento», mentre il capogruppo Franceschini punta la Lega: «Altro che guerrieri padani, quando il capo fischia accorrono scodinzolando». Granata (Fli) dice che la Lega «d'ora in poi non potrà più ergersi a paladino della legalità». Duro l'Udc: «Non c'era nessuna persecuzione nei confronti di Milanese, è un voto di casta e la credibilità di Maroni ne esce distrutta». Di Pietro (Idv) parla di analogie con il voto che nel 1993 salvò Craxi: «Tutti applaudirono e fuori scoppiò la rivolta». Infine Vendola (Sel) vede nel centrodestra uno «stile Gheddafi». La classe politica «non sente rabbia e dissenso che montano nel Paese, anzi rivendica come proprio codice d'onore l'impunità». ©RIPRODUZIONE RISERVATA