Tfr in busta paga affondato dall'Irpef
di Robert Tosin wROMA Sulle prime è stata una sorpresa e poi una trovata seducente. Spalmare il trattamento di fine rapporto nella busta paga, dando al lavoratore uno stipendio in più all'anno, aveva fatto luccicare gli occhi dei tanti italiani che faticano ad arrivare a fine mese. Ora, invece, piovono le critiche sulla proposta di Umberto Bossi, aspre, anche dalla stessa parte della sua coalizione. Perché, fatti due conti, il beneficio paventato dal leader leghista - e cioè l'aumento della capacità d'acquisto delle famiglie e quindi un volàno ai consumi e all'economia - si trasforma immediatamente in un debito. Che, oltretutto, si sconta adesso e pure nel futuro. Ne sono convinti in tanti: da molti politici agli economisti, fino ai sindacati. Che bocciano nettamente la proposta. E' comprensibile che il governo a caccia disperata di quattrini abbia guardato golosamente alla torta del Tfr che solo l'anno scorso ha composto una montagna di soldi: 13 miliardi di euro, escludendo i 5,1 miliardi già destinati ai fondi pensione complementari e i 5,7 miliardi custoditi dall'Inps per conto di quei lavoratori che non hanno voluto darlo ai fondi. Insomma, mettere in circolo un capitale di questo genere sarebbe ossigeno puro per l'economia nazionale. Ma dietro all'illusione del lavoratore di trovarsi in tasca 100 euro al mese in più ci sono delle forti controindicazioni. La prima è che il Tfr in busta paga verrebbe tassato. Oggi quel 7% di trattenuta sul lordo dello stipendio non è compreso nell'imponibile Irpef è ha "vita propria", seguendo una tassazione diversa. Se entrasse nella paga mensile, o annuale, subirebbe un prelievo ben maggiore. Ad esempio su un reddito annuale di 30mila euro l'ipotetico aumento di 170,9 euro si ridurrebbe, dopo la tassazione, a 106 euro perchè l'aliquota passa dal 18,15% al 27%. Su un reddito di 80mila euro l'aliquota passerebbe da 22,7% al 43%, quasi dimezzando l'aumento dato dal Tfr in busta paga. E questo considerando solo il prelievo fiscale, perché poi ci sarebbe da mettere in conto anche il mancato guadagno dato dall'investimento a lungo termine nei fondi pensione. La Confcommercio vede anche un altro grosso rischio, meglio, due: la sparizione dei fondi pensione e la crisi di liquidità a cui andrebbero incontro le aziende con meno di 50 dipendenti che hanno tenuto in cassa il Tfr dei dipendenti. Stessa preoccupazione da parte dei sindacati: Cisl e Ugl avanzano dubbi sostanziali sulla proposta, bocciata invece seccamente dagli economisti. Francesco Forte, ex ministro delle Finanze, che parla esplicitamente di "follia": «E' un tradimento dei lavoratori, è un comportamento da cicala, non certo da formica. Abbiamo già poco risparmio, ci mangiamo anche questo?». Per la Cgil si tratta di «un'illusione ottica. Le buste paga crescono con risorse aggiuntive, non utilizzando i soldi che sono già dei lavoratori» ha dichiarato ieri il segretario confederale Vincenzo Scudiere. Forti critiche anche dall'interno della maggioranza. Giuliano Cazzola, deputato del Pdl, si dice nettamente «contrario a buttare il Tfr sul falò dei consumi. Questo è un istituto serio che va preservato. Si tratta di una boutade estiva leghista, già partita con la campagna elettorale». ©RIPRODUZIONE RISERVATA