Un mercato da 17 miliardi di euro

Il mercato del fumo in Italia vale circa 17 miliardi di euro ed è alimentato da 11,8 milioni di fumatori che accendono in media 13,6 sigarette a testa ogni giorno. Il ricchissimo giro d'affari non riguarda però soltanto le multinazionali che lavorano il tabacco e confezionano sigari e sigarette, ma anche lo Stato, definito spesso il «socio occulto» dei produttori. Sono infatti proprio le casse pubbliche quelle che guadagnano di più dal commercio del tabacco. In Italia lo stato trattiene il 58,5 per cento del costo di un pacchetto come accisa e un altro 17 per cento sotto forma di Iva. Il quarto restante se lo spartiscono i produttori e i rivenditori (56 mila in Italia): ai primi va il 14,5 per cento degli introiti, ai secondi il 10 per cento. Le vendite illegali sono ritenute abbastanza contenute, se non altro rispetto ad altri Paesi europei (come la Germania, ad esempio), ma costituiscono comunque un fiorente commercio che vale intorno al 4 per cento dell'intero giro d'affari. Le stecche di contrabbando rendono 650 milioni all'anno e per le casse dello Stato significa una perdita di 485 milioni di euro all'anno. L'aumento che il governo sta prendendo in considerazione si aggiungerebbe a quello già chiesto e ottenuto in questi giorni dalle maggiori multinazionali del tabacco: prima la Philip Morris e ora anche la Bat hanno rincarato le loro marche di 10 centesimi a pacchetto. Molto controverso l'effetto degli aumenti sui fumatori. Secondo il direttore dell'Istituto Negri di Milano, il farmacologo Silvano Garattini, un aumento di 3 euro a pacchetto farebbe desistere dal vizio il 10 per cento dei fumatori.