Debito Usa, l'accordo c'è ma si tratta sui tempi
ROMA L'accordo perché la potenza americana si salvi dallo schianto economico che minaccia di trascinare a picco anche mezzo pianeta c'è. Ma una votazione al cardiopalma sull'approvazione del piano di aumento del debito pubblico Usa ed il rincorrersi, per tutta la lunga giornata di ieri, di notizie contrastanti ha continuato a tenere Obama, i mercati finanziari e il resto del mondo col fiato sospeso. E bocciato il piano originario del capo della maggioranza democratica al Senato, Harry Reid, l'America passa al piano "b": l'accordo bipartisan. «Gli Stati Uniti non dichiareranno il primo default della storia» aveva detto il leader conservatore al Senato, Mitch McConnell, dopo che una girandola di telefonate tra la Casa Bianca ed i repubblicani aveva ridato vita alle trattative. Il piano originario di Reid prevedeva un innalzamento del debito (ora a 14.292 miliardi di dollari) fino ad altri 2.800 miliardi di dollari e tagli alle spese per 2.800-3mila miliardi di dollari in 10 anni. Quando è arrivato il momento della votazione (le 19 ore italiane), la Camera alta del Congresso ha approvato l'intesa con 50 voti a favore e 49 contrari, ma ne servivano 60. A votare contro, lo stesso Reid. Una mossa necessaria per aprire la strada alla vera trattativa delle ultime ore: attuare l'aumento del limite da 2.800 miliardi in due fasi (come volevano i repubblicani). Mentre la prima fase di tagli, quella più urgente, da 1.000 miliardi è estesa a tutti i settori dell'Amministrazione americana. Poi una commissione sarà creata per determinare (entro il giorno del Ringraziamento) ulteriori tagli per 1.800 miliardi di dollari, che dovrebbero servire a coprire le necessità del bilancio federale fino a dopo le elezioni presidenziali del 6 novembre 2012. Con il piano, il Congresso dovrà votare poi un emendamento alla Costituzione per un budget bilanciato, che consenta al governo di spendere solo quello che raccoglie dalle entrare fiscali. Proprio votando contro il suo stesso progetto, Reid ha mantenuto in vita il piano che servirà da punto di partenza per l'intesa bipartisan. «Stiamo lavorando con il leader repubblicano (al Senato, Mitch McConnell), l'amministrazione (Obama), sono cautamente ottimista», ha detto ieri Reid, «siamo molto vicini» gli ha fatto eco McConnell. Dalla Casa Bianca però, il capo della comunicazione Dan Pfeiffer ha fatto sapere via Twitter che «ancora non è stato raggiunto alcun accordo». E la tensione infatti resta alta, la scadenza della mezzanotte del 2 agosto (termine ultimo per aumentare il debito e schivare il default) è ormai dietro l'angolo, l'Europa insieme a Cina e Giappone attendono con «trepidazione» (come ha detto il direttore del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde) l'accordo e, soprattutto, temono l'impatto che potrebbe avere sull'economia mondiale la disfatta degli Usa. Nella frenetica giornata di negoziati e dopo lo stop (definito "formale") del Senato al piano Reid, il capo della maggioranza democratica ha consigliato ai senatori di non allontanarsi troppo dall'aula di Capitol Hill («non vi suggerisco di andare a fare un partita», ha ironizzato). Come dire: finché non si scollina il rischio crisi, nessuno mette piede fuori da quell'aula. (a.d'a.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA