«E' un rifugio sicuro lontano dal caos della città»
MAGLIONE Romolo Viletto, classe 1935, maglionese doc, racconta con una luce fiera negli occhi il suo paese. Quello di oggi e quello di ieri. Tutta la sua esistenza l'ha trascorsa in questo lembo di terra eporediese, tanto che ammette, candidamente: «Non saprei vivere in un altro luogo». E subito aggiunge: «Qui siamo sempre stati tutti legati profondamente alla terra, contadini nel cuore, nell'anima e nella testa, anche quando abbiamo varcato i cancelli dell'Olivetti. Usciti dalla fabbrica tornavamo a casa e andavamo a lavorare nei campi. Così, quando siamo andati in pensione, abbiamo potuto dedicarci a tempo pieno alla vigna, all'orto, al frutteto, alla nostra vita vera. Ancora adesso, a volte sogno di quando ero piccolo e andavo in campagna, scalzo, a legare il grano insieme a mio padre». Poi Viletto riporta alla memoria altri preziosi, ma tristi ricordi, quelli di Maglione ai tempi della seconda guerra mondiale. «Ho ancora negli occhi l'immagine del cielo illuminato dagli aerei, il rumore orrendo dei motori e delle bombe che cadevano con un fragore cupo, di morte e di distruzione. E poi le truppe tedesche, ovunque, accampate poco fuori il paese». « Quando la guerra finì - conclude Viletto -, la situazione migliorò, per fortuna, di colpo; c'era voglia di fare festa, di ballare, di cantare. Alla sera ci si trovava con gli amici, magari nella stalla e si trascorreva il tempo così. C'era poco, ma eravamo molto più allegri e felici noi dei giovani d'oggi». Jessica Pasteris, venti anni appena, ascolta attentamente le parole di Viletto. Di quella vecchia Maglione in bianco e nero trova solo qualche traccia rimasta immutata nel tempo anche nei suoi di ricordi: «Questo è un paese tranquillo - dice - ed anche per me è il luogo dove vorrei continuare a vivere in futuro». «Per cinque anni di seguito ho partecipato alla sfilata delle matarille per la festa patronale di San Maurizio. E' stata un'esperienza bellissima che mi ha fatto sentire ancora di più l'appartenenza alla comunità», conclude Jessica. Non sono di origine maglionese Adonis Jitaru, la moglie Lucica ed i figli Francesca, Alessandro ed il piccolo Luca. Loro vengono da lontano, infatti, dalla Romania. Ma a questo paese dell'Eporediese sono legati a doppio filo. «Siamo arrivati a Torino nel 2001. La città per noi era un posto infernale, troppo traffico, troppo rumore. Provenivamo dalla campagna rumena, eravamo abituati al verde delle colline e dei boschi - confida il capofamiglia -. Quando il lavoro, per puro caso, mi ha portato a Maglione, ho subito pensato che questo sarebbe stato il posto ideale in cui vivere. Per fortuna che i miei figli, come me e mia moglie, si sono integrati benissimo, hanno stretto molto amicizie; e poi qui è nato il nostro piccolo Luca ed abbiamo anche comprato e ristrutturato una casa. Non ci manca proprio nulla», conclude sorridendo Adonis. Anche Carlo Arnoldi e Francesca Borghero abitavano a Torino. Il lavoro era vicinissimo, praticamente sotto casa. Ma nel 1995, quando si sono sposati ed hanno pensato di mettere su famiglia (nel 2003 è nato il loro Lorenzo), hanno preferito senza alcuna incertezza la pacifica tranquillità di Maglione al caotico capoluogo piemontese. Anche se questo per loro ha significato, da quel momento in poi, viaggiare per oltre due ore ogni giorno per raggiungere l'ufficio. «Provo una gioia immensa quando arrivo tra queste colline - dice Arnoldi - e dimentico subito tutto il tempo che trascorro in auto negli spostamenti». «Torino ora più che mai mi dà un senso di oppressione - confessa Borghero -. Qui ho una casa ed un giardino dove tengo due cani ed un cavallo». Mattia Dicati, sebbene sia residente a Cigliano, ha scelto Maglione per aprire un ristorante. E sono passati sei anni ormai. E' titolare della Nuova Valle, un locale ampio con ben 80 coperti a disposizione. «Maglione non è un luogo di passaggio, qui non ci si arriva per caso. Ma è un paese piuttosto conosciuto per la presenza del Macam che ogni anno attira moltissimi visitatori italiani e stranieri. L'attività va abbastanza bene: resistiamo alla crisi insomma. Certo, le ore di lavoro non si contano, un rovescio della medaglia che bisogna mettere in conto, quando si decide di diventare imprenditori», conclude Dicati. (mt.b.)