LE SCORIE ROMPICAPO INSOLUBILE
VITTORIO EMILIANI L'Italia è stato uno dei primi Paesi ad investire nelle centrali atomiche, mezzo secolo fa, ai tempi di Felice Ippolito. Ma è stato anche uno dei primi ad uscirne col referendum del 1987 dopo Chernobyl. Purtroppo la dismissione, sempre complessa, di quei primi impianti - Trino, Latina, Garigliano (Caorso è successiva) - non è mai terminata e continuiamo a pagarla salata. Ecco uno dei problemi centrali, ovunque irrisolto: dove depositare, in piena sicurezza, le scorie radioattive la cui durata è plurisecolare o, addirittura, plurimillenaria. Lo ammettono anche i nuclearisti più convinti come il "guru" americano Richard Garwin: «Le scorie radioattive sono tuttora un maledetto rompicapo», ha detto a Roma pochi anni fa. Altro problema di fondo: il costo altissimo delle centrali odierne e quello, non meno elevato, del loro smontaggio. Non a caso nel più nuclearista dei Paesi europei, la Francia, i costi dell'atomo sono stati caricati sul bilancio della Difesa, cioè sulla sicurezza nazionale. Per l'Italia poi esiste un'altra seria complicazione: il fatto di essere altamente o mediamente a rischio terremoti; con l'eccezione della Sardegna (che però ha detto "no" al nucleare al 97%) e delle Alpi (non le Prealpi, si ricordi il disastroso sisma friulano del 1977), dove sembra comunque irrealistica una concentrazione di centrali. Si obietta che a Fukushima è stato lo tsunami, e non il terremoto, a provocare quella grande tragedia. Ma anche a Messina e a Reggio Calabria, nel 1908 - dove i morti furono circa 100mila - il disastro venne causato soprattutto dal maremoto. Pericolo sospeso su tutta l'area vulcanica del Sud e delle isole. I sostenitori del nucleare - a partire dal premier Berlusconi - sostengono che il referendum andava rinviato (ci hanno provato con ogni mezzo) perché si svolgerà sotto l'influsso emotivo della tragedia giapponese. Obiezione francamente debole. Non è un Paese emotivo la Germania dove Angela Merkel - che in un primo tempo aveva rinviato la chiusura delle centrali atomiche decisa dal precedente governo Spd-Verdi - ha deciso di chiudere ogni impianto di quel tipo entro undici anni, nel 2022. Non è un Paese emotivo la Svizzera che con le 5 centrali elettronucleari copre il 40% del fabbisogno e chiuderà anche la più recente entro il 2034. Negli Stati Uniti da molti anni non si costruiscono né si progettano impianti nucleari. Occorre aggiungere che il governo Berlusconi non è andato tanto per il sottile negli accordi col presidente Sarkozy, accettando tecnologie già piuttosto invecchiate. Né, sin qui, è riuscito a concordare con le Regioni, neppure con quelle di centrodestra, i siti dove insediarle. Insomma, sono davvero molteplici e non soltanto emotive le ragioni a favore del «Sì» all'abrogazione della legge del 2009 per la creazione di nuove centrali nucleari in Italia. Fra l'altro, mentre la rinuncia al nucleare costerà alla Germania 40 miliardi di euro e alla Svizzera una cifra pure molto elevata, all'Italia non costerà nulla non producendo un Kw elettronucleare. Ma, dopo il referendum abrogativo del 1987, l'Italia, a differenza della Germania e di altri Paesi, non si è mai realmente decisa ad investire nel risparmio energetico e, soprattutto, nelle fonti "pulite". Quando lo ha fatto, non si è dotata di piani strategici. Ha finanziato le pale eoliche anche laddove di vento ce n'è poco, rovinando paesaggi e lasciando infiltrare il racket. Ha fornito incentivi al solare, ben più duttile e adatto a noi, e poi, in pieno boom, li ha tagliati. Il «Sì» alla cancellazione del nucleare attuale mi pare quanto mai utile e però non basta. Dopo, ci vuole una strategia convinta, "alla tedesca", per le rinnovabili, mentre è bene continuare - come chiedono Rubbia e la Hack - la ricerca scientifica sulle centrali a torio. Orizzonte 2040. ©RIPRODUZIONE RISERVATA