Marchese, il corridore-inventore

L a nostra Storia del ciclismo canavesano finisce da... dov'era partita, vale a dire dal primo Giro d'Italia, quello del 1909 vinto dal lomardo Luigi Ganna, cui parteciparono anche tre nostri conterranei: il rivarolese Pietro Milano, il chivassese Luigi Martano e il verolenghese Giovanni Marchese.
Delle vicende di Milano abbiamo scritto lo scorso lunedi 16 maggio, mentre di Martano sappiamo solo che concluse quella prima edizione della corsa a tappe al 46º posto.
Molto meglio se la cavò Giovanni Marchese, nato a Verolengo il 30 novembre 1889 e scomparso a Torino il 13 novembre 1954, che quel Giro 1909 corso con la Bianchi lo chiuse con un onorevolissimo decimo posto. Un risultato di prestigio, frutto degli ottimi piazzamenti nelle varie tappe, compresi fra il quarto posto della sesta frazione e il 29º della seconda. E ancora meglio Marchese fece l'anno successivo, classificandosi ottavo.
Il palmarès di Giovanni Marchese si apre con quattro titoli piemontesi e con una trentina di successi fra i dilettanti, per proseguire con piazzamenti in serie nelle corse tra i professionisti.
Egli fu infatti sesto al campionato italiano del 1909 (anno in cui dopo essere stato 30º alla Sanremo, si cimentò anche al Tour de France, dove fu costretto al ritiro), quindi nel 1910 brillante terzo nella tempestosa Milano-Sanremo vinta dal belga Christophe e ottavo al Giro del Piemonte; nel 1911 al Giro di Lombardia fu 17º, come nella Sanremo del 1915 e infine 13º ancora al Lombardia del 1918. Un ultimo exploit Marchese lo realizzò partecipando nel 1927, e quindi a quasi 38 anni, alla Milano-Sanremo, dove fini 61º.
Sin qui i dati ufficiali della carriera tutto sommato più che onorevole del verolenghese Marchese, il cui nome è passato alla storia anche per le sue non comuni doti di meccanico, preparato ed estroso al tempo stesso, doti che espresse per decenni nella sua bottega di ciclista aperta in via Stazione e poi trasferita in via Delio Verna.
E cosi non poche volte accadeva che Giovanni Marchese collaudasse egli stesso le sue ‘trovate', come quella della ‘ruota libera', sfruttata per la prima volta alla Milano-Sanremo del 1911. Come noto, è questo il meccanismo che consente di scindere il movimento tra il pignone e la ruota posteriore, per cui il conducente può smettere di pedalare oppure farlo all'indietro, senza interferire sul movimento della bicicletta. Questa e altre invenzioni vennero da Marchese brevettate, con alterne fortune, e applicate sulle bici che portavano il suo marchio, assai apprezzato dagli addetti ai lavori.
Giovanni Marchese se la cavava benissimo anche come aviatore: fece parte della 46ª Squadra Aeroplani nella Guerra 1915/18. Ferito e congedato sergente, fu insignito della Croce al merito di guerra nel '26). Anche il fratello Francesco si cimentò nelle corse, ma con minore fortuna: da dilettante giunse 17º al Giro di Lombardia del 1918 e 15º (e ultimo) al Giro d'Italia dell'anno dopo. Ricordiamo infine che il padre Agostino partecipò alla Seconda Guerra d'Indipendenza nel 5º Fanteria, a San Martino, guadagnandosi la medaglia commemorativa francese.
Tra i corridori del Chivassese vogliamo qui ricordare anche il montanarese Secondo Garino (1905-1974), che fu 72º alla Milano-Sanremo del 1930, ‘celebrato' anche da ‘Carlin' Bergoglio in uno dei suoi gustosi ritratti: «E' uno dei nostri buoni dilettanti ciclisti, muletto da tiro del ‘Velo Club Lancia'. Scapigliato, generoso, sempre pronto a giocar tiri birboni».
C'era poi Giovanni Campasso (Verolengo 1906-Chivasso 1984), che partecipò ai Giri d'Italia del '28 e '29, arrivando rispettivamente 87º e 74º. Suoi contemporanei erano i verolenghesi Nino Cena e Fontana, il volpianese Cerro (sarà lui il Cerro giunto 24º nella Corsa Rosa del 1926?), mentre Mario Tramontin (Rondissone 1938) ha corso per un anno tra i professionisti ‘Ibac' nel 1963.
Caratteristica figura di sportivo fu anche quella di ‘Mingo' Miracolo Soave, nato in Argentina nel 1920 e giunto giovanissimo nella terra degli avi, a Verolengo: vinse corse e si fece notare per combattività. Una banale caduta, rivelatasi fatale, lo fermò per sempre durante una gara di amatori nel 1964, sulla Collina Torinese.

Tiziano Passera