UN TRISTISSIMO SPETTACOLO CHE AFFONDA IL NOSTRO PAESE
Da emiciclo a curva nord. La deriva istituzionale abbattutasi in queste ore su Montecitorio offre un miserando spettacolo degno dei settori più esagitati di uno stadio di calcio: sugli spalti dell'aula è saltata ogni norma non solo di correttezza, ma anche di elementare buon gusto. Monetine che volano, insulti pesanti, un ministro che manda platealmente in quel posto il presidente della Camera, lo stesso presidente fatto oggetto del lancio di un giornale, un altro ministro che scaglia il proprio tesserino contro un deputato, perfino un energumeno che se la prende con una parlamentare disabileComportamenti da ultras ai quali, nel caso di una partita di calcio, si applicherebbe il divieto di frequentare gli stadi. Ma in questo degrado della politica i giocatori fanno anche gli arbitri di se stessi. E cosi non finiscono mai in fuorigioco.
Continueranno, purtroppo: a breve e a lungo. Nel breve termine, perché il calendario dei lavori dell'intera prossima settimana è dominato dal tema giustizia. Non quella riforma organica che il Paese aspetta inutilmente da anni; ma le misure atte ad offrire un'uscita di sicurezza a un premier sempre più alle corde. Nel lungo periodo, perché questo clima da rissa continua è destinato ad andare avanti, degradandosi sempre più, fino alla scadenza naturale della legislatura. Perché Berlusconi è riuscito a evitare le elezioni anticipate, ma non a garantirsi una navigazione tranquilla, come si vede anche nelle votazioni di questi giorni: al punto che ieri un gruppetto di ministri si è trasformato nel settimo cavalleggeri, mollando su due piedi la riunione del governo per galoppare in aula a soccorrere (inutilmente, peraltro) con il proprio voto una maggioranza ballerina. E il Cavaliere ne è consapevole al punto da spingere sull'ennesima forzatura istituzionale, portando a ben 75 i posti disponibili nel governo per mettersi al riparo dalle votazioni a rischio: il che, per inciso, costerà ai contribuenti oltre 2 milioni di euro in più all'anno.
Fino a ieri, si trattava di giochi di palazzo orchestrati dietro le quinte a colpi di voucher con cui assicurare una poltrona agli immancabili opportunisti. Ora il miserando spettacolo si è trasferito in aula, sotto gli occhi di un Paese allibito. Ma anche di Stati stranieri che negli scorsi mesi già avevano assistito al crescere del pattume italiano, da quello fisico di Napoli a quello pecoreccio di Arcore; e che adesso toccano con mano quale sia lo spessore di una politica che di ben altro dovrebbe occuparsi e preoccuparsi. Perché stupirsi o addirittura scandalizzarsi se in piena crisi libica, dalla guerra alle ondate di profughi, l'Italia viene messa ai margini delle decisioni che contano, anzi finisce per contare meno di zero anche quando avrebbe valide ragioni da mettere sul tavolo specie nei confronti dell'Europa? E' solo la logica conseguenza di un Parlamento che si abbandona a risse da osteria; di una maggioranza che antepone gli interessi del suo capo a quelli dell'Italia; di un premier che anziché andare in aula come i suoi colleghi stranieri a occuparsi della pesante crisi internazionale, si esibisce in risibili show a Lampedusa, spandendo il solito effluvio di promesse che per ora hanno prodotto un solo ma vistoso risultato concreto: le polemiche dimissioni del sottosegretario Mantovano.
Colpisce, in questo bailamme, il silenzio della Lega. Dei suoi rappresentanti istituzionali, anzi: perché come la pensi il popolo del Carroccio sul premier e sugli alleati, è da tempo verificabile ascoltando gli interventi ai microfoni di radio Padania o leggendo quelli affidati ai blog in rete. Le immagini e le cronache di queste ore non possono che rinfocolare il malessere e l'indignazione, e non solo tra il popolo del Carroccio. Fino a quando ci si può sentire rappresentati da istituzioni ormai scese sotto il livello della decenza?
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Francesco Jori