Siria, abrogate le leggi d'emergenza
ROMA.Cade il governo in carica, dopo 48 anni è l'epilogo dello stato d'emergenza e nascono nuovi partiti politici: sono queste le decisioni prese ieri dal regime siriano con l'obiettivo di placare le piazze in rivolta. E' difficile valutare se si tratta di un maquillage dell'apparato per salvaguardare il rais, oppure di una vera e propria svolta. Non è neppure chiaro se le annunciate riforme, su cui Bashar al Assad insiste da giorni, sono il dubbio risultato di un braccio di ferro tra le diverse fazioni in seno al regime.
La Siria attende ora il discorso che Assad intende pronunciare alla nazione, intanto però, la segretaria di Stato americano Hillary Clinton fa sapere che la Siria non è la Libia: probabilmente un messaggio agli insorti per sgombrare il campo da un eventuale intervento esterno a loro favore.
La relativa calma che ha caratterizzato ieri le piazze, in particolare a Daraa, il fulcro della crisi, e a Latakia, dove l'altro giorno un gruppo di cecchini ha provocato 12 vittime, fa pensare che anche l'opposizione abbia scelto una pausa di riflessione. Il paese tuttavia si sta preparando ad uno sciopero generale, con un appello rilanciato dai social network.
Un altro segnale dei mutamenti nell'atteggiamento del regime nei confronti dell'opposizione è la liberazione di una nota attivista anti-governativa, Diana Jawabra, tra i leader della rivolta a Daara. Insieme a lei sono usciti dal carcere altre 16 persone coinvolte negli scontri dei giorni precedenti seguiti all'arresto di una quindicina di adolescenti, accusati di aver scritto sui muri slogan in favore della 'rivoluzione araba".
La scarcerazione degli oppositori potrebbe essere uno dei primi provvedimenti in vista della revoca dello Stato d'emergenza, il macigno che pesa sul paese sin dal 1963, agli albori dell'entrata in scena del clan al Assad. Anche la fine del monopartitismo e la nascita dei nuovi partiti, con un emendamento all'articolo 8 della Costituzione, chiude la lunghissima supremazia del potere familista e assoluta del clan al Assad sugli organi dello Stato. A farne le spese sarà l'attuale premier, Mouhammad al Utri, lo zio della consorte del rais, che sarà costretto a dimmettersi.
Gli uomini del presidente sostengono che sarà lo stesso rais a spiegare «la situazione e chiarire le riforme che intende condurre» per far uscire il paese dall'odierna crisi. La rivolta ha tuttavia fatto emergere uno dei più insidiosi conflitti latenti nella società siriana, quello dei 40 anni di egemonia della minoranza sciita Alawita, a cui appartengono gli Assad, sulla maggioranza dei siriani che sono sunniti. Bisogna vedere ora se questa maggioranza vorrà accettare ancora quello stesso potere, anche se riformato. A sentire la signora Clinton, questo però sarà un problema innanzitutto dei siriani.
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Bijan Zarmandili