A Bengasi nasce il governo dei ribelli
Le prime istituzioni della nuova Libia post-Gheddafi fanno già capolino. Anche se Muammar Gheddafi e la sua famiglia hanno mostrato, anche ieri, di non voler cedere né le armi né il potere, concentrato in gran parte a Tripoli, il loro bastione. A circa mille chilometri a est della capitale, a Bengasi, è invece stato formato un Consiglio Nazionale Libico. Una sorta di comitato di liberazione con diramazioni locali in ognuna delle città liberate, che dovrebbe gestire la transizione in corso nella Libia orientale, sempre più il cuore e il motore della rivoluzione del 17 febbraio.
Il Consiglio Nazionale Libico sarà 'la faccia della rivoluzione", ha detto il suo portavoce, Abdul Hafez Ghoqa in una conferenza stampa tenuta a Bengasi. Sulla sua composizione, sul suo ruolo e sui suoi equilibri interni, però, è ancora mistero. Perché - dice sempre Ghoqa - sono in corso le consultazioni. Si sa solo che le città liberate sono collegate al CNL, e che parti dell'esercito libico, quelle che hanno disertato, sono con l'insurrezione.
Per il resto, la nebbia avvolge ancora i nomi e i protagonisti della transizione. La notizia di un governo di transizione già istituito, per esempio, è stata parzialmente smentita proprio dal CNL di Bengasi. Ieri l'ex ministro della giustizia libico, dimessosi una settimana fa per protestare contro la repressione durissima di Gheddafi, aveva detto in una intervista al canale arabo Al Jazeera che un governo ad interim era già stato formato. E' una 'posizione personale" di Mustafa Abdul Jalil, aveva invece tagliato corto il portavoce del CNL. L'anziano giudice Abdul Jalil, nonostante sia stato per molti anni il ministro della giustizia del regime di Gheddafi, non ha ricevuto gli attacchi che invece hanno travolto i figli del Colonnello e alcuni dei suoi consiglieri più stretti. Forse perché proprio Mustafa Abdul Jalil si era speso, negli scorsi anni, per conoscere la verità sull'orrenda strage compiuta nel 1996 nella prigione di Abu Salim, in cui furono uccisi dal regime 1200 detenuti.
Abdul Jalil chiese spiegazioni all'apparato di sicurezza, senza ottenere nessuna risposta, e prese una posizione pubblica, sulla stampa nazionale, come gli riconosce anche Human Rights Watch. Da qui a essere già il nuovo premier della transizione, però, sembra ce ne corra.
Anche perché la Libia è tutto fuorché un paese liberato. La spaccatura tra un'area orientale in mano all'opposizione, e un ovest ancora sotto il controllo di Gheddafi non è stata sanata. Da Bengasi si fa sapere che non si vuole la divisione della Libia, e che il Comitato Nazionale è li solo perché Bengasi è stata liberata.
La capitale, però, è sempre Tripoli: un riconoscimento, questo, che smorza i timori di una bipartizione del paese, con le risorse energetiche in sostanza concentrate a est.
Il nodo del futuro della Libia è, ora, soprattutto militare. Come arrivare a Tripoli, e far cedere Gheddafi, che invece prova a comprare la popolazione con un buono da 500 dinari (poco più di 400 dollari) che era possibile ritirare ieri nelle banche. Per ora, il punto più vicino alla capitale in mano agli insorti è Zawya, sede della più importante raffineria del paese. Il centro è sotto il controllo dell'opposizione, conferma la stampa internazionale che è riuscita ad arrivare nella città di 200mila abitanti, situata a poche decine di chilometri da Tripoli.
Le forze di sicurezza fedeli a Gheddafi sono però alla periferia di Zawya, e i timori degli insorti sono che ci potrebbe essere un tentativo di riprendere la città, snodo chiave anche per il petrolio.
E a proposito di petrolio, la macchina energetica libica non sembra essersi del tutto fermata. Da Tobruk l'Arabian Gulf Oil Company ha messo in calendario per ieri notte la partenza di una petroliera con 700mila barili di oro nero in direzione Cina. Un modo anche per far comprendere che la Libia orientale in mano agli oppositori non vuole per il momento fermare l'export.
Ieri Gheddafi ha ripetuto, in una intervista alla tv serba Pink, che la maggioranza del popolo libico difende la Rivoluzione e che la responsabilità del caos è degli stranieri e di Al Qaeda. «La gente di Bengasi chiede salvezza, dalle case chiedono salvezza e di liberarsi da coloro che combattono contro la Rivoluzione», ha affermato il Rais secondo il quale in tante città libiche vi sono «grandi manifestazioni» a favore della Rivoluzione verde. Io non me ne vado - ha detto - la Libia è «completamente calma».
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Paola Caridi