«Birmani, non perdete la speranza»
RANGOON.«Non perdete la speranza, non c'è motivo di farsi scoraggiare. Lottate per ciò che è giusto». Chiamando a raccolta il popolo e «tutte le forze democratiche» della Birmania, Aung San Suu Kyi lancia davanti a una folla sterminata la sua sfida al regime militare che sabato le ha restituito la libertà dopo sette anni di arresti domiciliari. Lo fa aprendo al dialogo con i generali che detengono il potere da 48 anni, ma restando ferma nel ricordare che «la base della democrazia è la libertà di parola» e decisa nel chiedere la liberazione di oltre detenuti politici. «Se la mia gente non è libera, come posso dire di esserlo io?» dice la donna simbolo della lotta contro la dittatura, insignita nel 1991 del premio Nobel per la Pace.
Dopo l'abbraccio con i duemila sostenitori che due giorni fa avevano salutato la sua liberazione, la leader della dissidenza parla davanti alla sede della Lega nazionale per la democrazia (Lnd) circondata dall'entusiasmo di almeno quarantamila persone. Avvolta in un abito blu e con i fiori tra i capelli, Suu Kyi lancia un invito alla sua gente, a quelli che per ascoltarla si sono arrampicati sugli alberi, hanno indossato magliette con il suo volto, hanno portato ritratti e scandito slogan: «Anche se penso di sapere cosa volete, vi chiedo di dirmelo» è il suo invito mentre spiega che nei suoi sette anni di prigionia ha ascoltato le notizie alla radio per sei ore al giorno. «Insieme decideremo quello che vogliamo e per ottenerlo dobbiamo agire nel modo giusto. C'è democrazia quando il popolo controlla il governo: accetterò che il popolo mi controlli». L'isolamento non ha piegato la donna sottile dall'aria elegante che a causa del suo impegno è stata richiusa per 15 degli ultimi 21 anni. Né si è interrotto il filo con la sua gente. Per questo il suo è un discorso da leader ritrovata dell'opposizione e un manifesto politico che lascia emergere una decisione pragmatica: dialogare con una giunta di cui finora aveva sempre affermato l'illegittimità: «Non provo rancore verso chi mi ha tenuto agli arresti. Incontriamoci e parliamo» dice, senza mai citare le elezioni di una settimana fa, da cui nascerà ancora una volta un parlamento dominato dal regime. Sa che il suo appello potrebbe di nuovo cadere nel vuoto: già lo scorso anno aveva scritto al generalissimo Than Shwe per chiedergli un incontro, ma la sua lettera non ha mai avuto risposta. Allo stesso tempo, Aung San Suu Kyi apre all'ipotesi di chiedere il ritiro delle sanzioni internazionali - applicate principalmente da Unione europea e Stati Uniti - che da anni bloccano esportazioni e investimenti stranieri: «Se il popolo vuole la fine delle sanzioni ne terrò conto» annuncia, sottolineando che le misure che in passato aveva appoggiato, hanno finito per colpire soprattutto la gente. Di questo, anche, potrebbe aver parlato con i diplomatici asiatici e occidentali, una trentina, che ha incontrato prima del bagno di folla. E l'India, che aveva osservato il silenzio durante le elezioni-farsa, ora saluta la liberazione dell'icona democratica come «un importante passo verso la riconciliazione». (m.r.t.)
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