La marcia indietro del Cavaliere


ROMA.Dopo tanto tuonare, Berlusconi si piega. Fatti due conti, il Cavaliere, a cui non difetta certo il senso pratico, ha capito che la famosa autosufficienza senza i voti dei finiani restava solo un sogno di mezza estate. Anche con il pugno di transfughi raschiato con una feroce campagna acquisti, si ferma infatti a quota 312. La maggioranza di Montecitorio, a quota 316, resta lontana. Ma Berlusconi non può permettersi di precipitare in una crisi senza essersi prima fatto approvare un nuovo scudo giudiziario. E cosi ha scelto di non scegliere. Senza novità dell'ultima ora, oggi incasserà un'inutile fiducia (fra i 340 e i 350 voti), grazie ai 35 voti finiani e ai 5 dell'Mpa. Sosterrà che la maggioranza è con lui e da domani tornerà sulla graticola. Con una maggioranza che ormai è tale solo sulla carta, pronta a dividersi su ogni provvedimento concreto che arriverà in Parlamento. Dalla giustizia al federalismo, dalla manovra economica all'immigrazione.
Il Cavaliere aveva infatti due scelte davanti a lui. La prima era quella di un documento senza vincoli di sorta e magari con dentro alcune delle questioni su cui si era già registrato un dissenso con i finiani (intercettazioni, processo breve). Una sfida diretta a Futuro e libertà per invitarli a votare contro (o astenersi) e dimostrare cosi di avere i numeri per fare a meno di loro. Una prova di forza che avrebbe reso di colpo ininfluenti Fini e i finiani. La seconda opzione, quella che ha prevalso - la scelta di chiedere la fiducia - è invece un involucro vuoto. Un voto dovuto, non solo dai finiani, ma anche dal Mpa di Raffaele Lombardo, tutti eletti con il centrodestra. Che non risolve nessuno dei nodi della maggioranza. Che permette al governo di galleggiare, ma lascia Berlusconi in balia dei ribelli del centrodestra. A spaventare il Cavaliere, anche la possibilità che potesse tornare a saldarsi quello schieramento di centro già comparso a luglio nel voto sul sottosegretario Caliendo: circa 85 deputati fra Fli, Udc, rutelliani ed Mpa.
Cosi, chi aspettava il redde rationem, la resa dei conti, la prova di forza, andrà deluso. Il voto di fiducia, per giunta su un discorso che «volerà alto», che cioè non entrerà nel merito delle questioni, paradossalmente è una vittoria di Fini. Di fronte alla richiesta di fiducia, i finiani, come hanno sempre sostenuto, e come ha ribadito ieri Italo Bocchino, non potranno che votare compattamente a favore, per «fedeltà con il mandato agli elettori». Ma dal giorno dopo riprenderà il confronto (e il prevedibile scontro) all'interno della maggioranza. A meno che il Cavaliere non accetti di trattare con Futuro e libertà come «terza gamba» della maggioranza. Discutendo cioè ogni provvedimento non solo con la Lega, ma anche con Bocchino e soci. Suggellando cosi la vittoria definitiva di Fini che da tre mesi lui cerca invece di espellere, cancellare, annientare.

Andrea Palombi