Prove di tregua fra Pdl e Fli


ROMA. Il giorno dopo lo stop al massacro chiesto da Fini, le diplomazie di Fli e Pdl sono al lavoro. L'obiettivo è quello di raggiungere una tregua che consenta al governo di andare avanti. Ma su tutto grava l'incognita di ciò che dirà Berlusconi mercoledi prossimo alla Camera.
A tre giorni dall'ora x (che coinciderà con il suo settantaquattresimo compleanno) il Cavaliere è davanti ad un bivio: puntare a un discorso che obblighi i finiani a votare «no» e andare al voto con questa legge elettorale, oppure fare un discorso «concreto» (come lo ha definito ieri Paolo Bonaiuti) che sia in grado di avere l'appoggio della maggioranza più ampia possibile. Nell'attesa, di conoscere quale sarà la mossa del premier («Farà un colpaccio per andare subito al voto con il porcellum», prevede Dario Franceschini), i fedelissimi di Fini provano a voltare pagina. «Per noi la vicenda della casa di Montecarlo è chiusa qui. La questione riguarda il signor Tulliani e chi ha strumentalizzato la vicenda. Da ora», precisa Italo Bocchino, «ci occupiamo solo delle cose che interessano i cittadini. Vogliamo sapere cosa vuole fare il governo nella seconda metà della legislatura». Fini potrebbe essere costretto a gettare la spugna? «Sono certo che la casa di Montecarlo non sia di Tulliani quindi», risponde Giuseppe Consolo, «l'ipotesi delle dimissioni di Fini non esiste».
Nel centrodestra vanno in scena le prove tecniche di pace anche se i toni restano alti. Maurizio Gasparri ironizza su Fini e non rinuncia a mostrare i muscoli. «Usciamo dunque dalla casa del padre e da quella del cognato e rimbocchiamoci le maniche per continuare il mandato degli elettori, altrimenti», avverte il capogruppo Pdl al Senato, «si andrà al voto e noi faremo la nostra parte...». Ma nel partito di Berlusconi non tutti hanno voglia di andare allo scontro. Fabrizio Cicchitto lavora per ricucire lo strappo. «Malgrado gli errori di Fini», spiega il capogruppo del Pdl alla Camera, «esistono le condizioni per una ripresa dell'iniziativa politica e programmatica del centrodestra». Di certo, i fedelissimi del Cavaliere vedono Fini più debole e dettano le condizioni.
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, assicura che la maggioranza avrà «oltre 316 voti», torna a ripetere che la riforma della giustizia è una «priorità» per il governo e aggiunge che «non c'è tempo per trattare». Le opposizioni, ma anche Futuro e Libertà, sono avvertite. Quanto alla tregua con i fininiani, il Guardasigilli fa sapere che nulla è scontato. «Loro hanno detto che voteranno tutti i punti del programma che illustrerà Berluscioni e noi crediamo alla loro buona fede. Ma se iniziano le schermaglie», avverte, «è meglio andare al voto che proseguire con queste chiacchiere».

Gabriele Rizzardi