Il dramma di un intero paese

AGLIE'. Per Agliè, quello di ieri, martedi 21 settembre, è stato un momento di buio, di notte, di dolore straziante. Lacrime agli occhi, fazzoletti stretti tra le mani, scroscianti applausi per l'estremo saluto a Marco Pedrollo, due anni appena, portato via dalla sindrome emolitico-uremica.
Per chi ha il dono della fede, la speranza è che ora questo piccolo angelo con gli occhioni sgranati verso il mondo, come appare Marco sulle foto poste sui tavolini in fondo alla parrocchiale di San Massimo, dove è un via vai di persone che appongono le loro firme sui registri di partecipazione, possa davvero godere di quella vita senza tramonto che non conosce più dolore e sofferenza.
Particolarmente toccante l'ingresso in chiesa della piccola bara bianca, ricoperta con una semplice composizione di fiori dalle tonalità giallo, arancio e bianco. Poi, entrano i bambini dell'asilo, con i loro grembiulini azzurri e rosa. Stringono tra le mani rametti di orchidee bianche che porranno attorno al feretro di Marco.
Commentando un brano tratto dal libro delle Lamentazioni ed il brano del Vangelo di Giovanni che racconta l'affidamento da parte di Gesù, ormai appeso alla croce, dell'apostolo Giovanni alla Madonna, il parroco di Agliè, don Melino, nell'omelia, ha ripetuto la frase che Maria e Marta dissero a Gesù quando lo incontrarono dopo la morte del fratello Lazzaro: «Dov'eri Signore? Se tu fossi stato qui nostro fratello non sarebbe morto».
«Ma Gesù ha detto che la vita che è Lui stesso non è semplicemente quella di questa terra - ha aggiunto il sacerdote -, ma è quella nella quale ora si trova il piccolo Marco, accolto nella pienezza nella casa del cielo. Marco non ha bisogno delle nostre preghiere, di essere perdonato. Se su questo mondo aveva necessità di essere protetto, ora è lui che può accompagnare e sostenere noi».
Il dolore straziante di mamma Rosangela, papà Andrea, della sorellina Marta, che frequenta la terza elementare, dei nonni, dei parenti e degli amici della famiglia Pedrollo, diventa il dramma di un'intera comunità. Che ha trepidato, pregato, atteso che nei giorni lunghissimi e sofferti del ricovero al Regina Margherita arrivasse qualche segnale positivo. Perchè Marco ‘doveva' farcela. Avrebbe dovuto crescere, diventare grande, vivere un'esistenza felice, negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza, e responsabilmente, da adulto, raccontare, magari, quanto vissuto, e superato, in quel settembre del 2010.
Un prolungato applauso accompagna l'uscita dalla chiesa del feretro che viene portato in spalla per la tumulazione nel cimitero del paese. «No, la morte non può farci paura. Tu sei rimasto con noi e chi vive di te, vive per sempre». Ancora riecheggiano tra le volte barocche della parrocchiale alladiese le parole del canto intonato dai giovani della Cantoria. Parole di conforto, di consolazione, di speranza cristiana alle quali ci si deve aggrappare per trovare la forza di andare avanti di fronte ad una morte tanto assurda quanto incomprensibile. Di fronte all'inspiegabile mistero del sottile confine che separa morte e vita.
Marco ora, di lassù, è un piccolo angelo che veglia sulla sua famiglia e sull'intera comunità di Agliè.

Chiara Cortese