Il Belvedere tra sogno e realtà

LORANZE'.Ha la perfezione del sogno, la vigna del Belvedere, e tale dimensione d'eccezione è riuscito a tradurre in realtà Domenico Tappero Merlo, il proprietario. Sarebbe piaciuto a Mario Soldati, Tappero Merlo, conferma vivente che 'il vino, specialmente in Italia, è la poesia della terra", e ne avrebbe scritto, cosi come sessant'anni fa fece per 'Il vino di Carema". Avrebbe scritto di lui, della sua vigna antica, del suo vino del cuore, l'Erbaluce, e l'avrebbe fatto senza alcuna vena malinconica chè l'Erbaluce del Belvedere è già proiettato nel futuro, risplendente del suo colore perlaceo e dell'amore che traduce intatto nel gusto l'amore che riceve nelle cure quotidiane. A dispetto del tradizionale pessimismo canavesano.
Uomo, ancor prima che imprenditore, di successo, Tappero Merlo, è uno che sa scegliere, con coraggio e una sfumatura di spensieratezza ancor più che di incoscienza. Lo fa meno di una decina d'anni orsono, scegliendo un altro percorso rispetto a quello di successo che insieme ad amici l'aveva condotto giovanissimo a creare una delle più importanti società italiane nel settore del software. C'è dinamismo, voglia di fare e di crescere in azienda. Ma non è tutto. E, in fondo al cuore, c'è qualcosa di indefinito che chiama. Non è facile capire di che cosa si tratta, ma Tappero Merlo sa ascoltare e ascoltarsi. Cosi si allontana dal mondo della tecnologia per entrare definitivamente in quello della viticoltura e ritrovare la cura dei vigneti del nonno e, in un certo senso, il lato pimigliore, quello più libero, di se stesso.
Accarezza con lo sguardo i filari, mentre racconta da dove viene: «La mia famiglia è di origine contadina. Mio padre è mancato quando ero giovane e il nonno, mentre mi scacciava dalle vigne, non sapeva che, al contrario, mi stava attirando verso tale mondo». Un mondo che giustifica il colpo di fulmine che coglie immediato tutti i visitatori: un belvedere che giustifica appieno il nome della vigna, affacciato sul Castello Rosso, di cui un tempo era possedimento, e sull'anfiteatro morenico di Ivrea. I filari sono rigogliosi di grappoli bellissimi e si affiancano l'uno all'altro, snelli ed eretti, su un tappeto di erba che pare pettinata ed è solo tagliata. A capo di ogni fila, una pianta di rose, fiorita.
Tutto è bellezza, ordine, poesia. Sono versi che Tappero e i suoi collaboratori, primo fra tutti Andrea Cavallera, scrivono ogni giorno con fatica e passione, entrambe intense, mai disgiunte una dall'altra. «La qualità elevata di un vino parte dall'attenzione alle attività in vigna», afferma convinto. Dai conti Francesetti alla famiglia di Giuseppe Giacosa e da questa al nonno di Tappero Merlo, la vigna del Belvedere, è tornata nel volgere di pochi anni agli antichi splendori.
«Mio nonno possedeva anche altri vigneti e altri ancora ne ho aggiunti io, acquistandoli. Perchè la produzione fatta in metodi qualitativi richiede più spazio per produrre molto meno - sottolinea -. Quest'uva per me è passione, è ossigeno, è vita. Il vino è per il vignaiolo un pò come il quadro per il pittore: attraverso i colori di una tela un pittore esprime la sua interiorità e il vino è la tela di un vignaiolo, fatto di sfumature che ti rivelano il suo animo». «Ogni pianta - aggiunge - ha qualcosa da dire. Credo, come sosteneva un importante produttore locale, che 'la qualità termini dove in una vigna il proprietario non riesce a vedere più l'ultima vite e in cantina non riesce più a distinguere l'ultima bottiglia"».
Tappero Merlo, tra l'altro sommelier e relatore ufficiale dell'Associazione Italiana Sommeliers, racconta il suo vino che rifugge i metodi e i tempi della produzione industriale addomesticata al gusto. Il suo è un vino 'di sartoria", artigianale, dove il numero di bottiglie non è elevatissimo, «dove ogni vite ti dice come sta e il terreno trasmette in sapore la sua origine». «Il terreno che calpestiamo è praticamento uno 'sfratto" ai valdostani, risultato dell'erosione di un ghiacciaio» illustra con convinzione.
E questa terra cosi povera ha la capacità di dar una finezza, in termini di profumo, ai vini che produce, soprattutto se si ha pazienza di aspettare che ne esca la mineralità e si abbia, palpabile, la sensazione di bere qualcosa che venga spillato direttamente dalla montagna. Un vino che è praticamente una fede e Tappero Merlo, al suo Erbaluce ha dedicato un vero e proprio tempio, collocato in un piccolo edificio a picco sul verde del vallone lorenzese, secoli fa utilizzato per ospitarvi in quarantena viandanti e cavalieri diretti al castello.
Li Tappero Merlo, riceve gli eletti, quegli amici ai quali rivela il suo animo che si traduce in questi locali da lui fatti restaurare e decorare da un'illustratrice inglese che ha riprodotto sulle pareti, all'interno, la leggenda della ninfa Albaluce, figlia del Sole e della Luna, dalle cui lacrime cadute sul terreno si sarebbero alzati lunghi tralci, ricchi di grappoli dorati di uva bianca. Un'uva che il proprietario del Belvedere sublima in una filosofia di vita ancor prima che in un vino davvero da leggenda.

Franco Farnè /