Quando non c'era Bertolaso

IVREA. Proseguono i nostri articoli che hanno lo scopo di far conoscere a fondo la storia del Castello di Ivrea che il Fai ha scelto di indicare come 'luogo del cuore" da scegliere e preservare. E questa volta raccontiamo di quella che era un magazzino per le polveri e ospitava miccie, munizioni, armi e fuochi artificiali: la torre all'angolo nord-ovest, la maggiore del castello.
Fu proprio su quella che, intorno alle 17 del 17 giugno 1676, cadde un fulmine provocandone l'esplosione. Documenti dell'epoca riportano che 'le polveri scoppiarono con orrendo fragore, che il suolo ne tremò e che i materiali della torre e delle stanze attigue, saltati in aria, precipitando sulle case, causarono la morte di oltre cento persone (il Bertolotti nei suoi 'Fasti Canavesani" parla di 280 cadaveri rinvenuti sotto le macerie di 187 case e di un incendio durato tre giorni). Una strage e una catastrofe, con la 'perdita di tutte le sostanze che erano in dette case sotto le medesime rovine e li materiali del castello rovesciati sopra quasi tutta la città". Città che registrò anche il 'fracassamento" di quasi tutti i tetti delle case, come poterono constatare i periti che, all'indomani del fatto, furono invitati dalle autorità a una visita completa del luogo affinchè procedessero a una prima ricognizione generale dei danni.
Tre secoli e mezzo sono trascorsi da allora, ma sfogliando le testimonianze scritte dell'epoca, colpisce la gestione del 'dopo disastro", cosi differente rispetto a quanto recentemente accaduto a L'Aquila eppure in egual modo generatrice di scontento e ritardi nella ricostruzione. 'La Reggente Giovanna Maria Battista di Savoia-Nemours (II Madama Reale) -scrive il Carandini in un suo studio - incaricò subito il patrimoniale G.B. Alberga di recarsi a visitare le case rovinate e questi, il 20 giugno, recatosi in Castello con Francesco Bayletti, consigliere referendario di Sua Altezza Reale, auditore di guerra e conservatore del patrimonio ducale in Ivrea, e col custode dei magazzeni, capitano Carlo Francesco Vigna, visitò ogni cosa e riferi a Torino".
'La Duchessa, con decreto 8 dicembre 1376, ordinò al tesoriere generale il versamento alla Città di 12.000 lire in argento da pagarsi in tre anni, quale caritatevole dono, con obbligo però che a ognuno cui ne toccasse una parte dovesse impiegarla a riedificare e ristorare le case rovinate e non altrimenti". Esentò poi ancora in perpetuo tutte le case esistenti nel recinto della città da tutti i carichi ducali, militari, ordinari e straordinari, e 'da ogni qualsivoglia debitura pensata et impensata, imposta e da imporsi, si in tempo di pace che in guerra".
Nonostante i provvedimenti adottati immediatamente dalle autorità, nonostante i contributi in denaro e gli aiuti disposti in tempo pressochè reale a favore dei cittadini danneggiati e ancora, sei mesi dopo, consegnati i soldi della Duchessa alle vittime del disastro e tolte loro per sempre le tasse, ci vollero comunque più di cinquant'anni per eliminare le tracce di tanta rovina. In compenso, la torre, pur rimanendo mozza, dopo essere stata dotata di una copertura, continuò per quasi un secolo -secondo l'inevitabile malcostume italiano- ad essere utilizzata quale deposito di polveri e munizioni da guerra fino al 1753.

Franco Farnè