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ROMA.Se l'accelerazione impressa da Berlusconi alla legge bavaglio era il tentativo di piegare Fini, il presidente della Camera ha accettato la sfida. E lo scontro nel Pdl sembra avviarsi a gran velocità verso il punto di non ritorno.
Di certo il violento scontro andato in scena ieri fra Fini e Sandro Bondi, da sempre una sorta di controfigura del Cavaliere, è la conferma che spazi di confronto non ne esistono più. Proprio nel giorno in cui Bossi rilancia una possibile mediazione, sembrano insomma ridotti al lumicino i margini di intesa. E al contrario si moltiplicano i fronti di scontro. Oltre alle intercettazioni, Fini rilancia infatti l'accusa di sudditanza del Pdl alla Lega, ma porta anche un attacco durissimo a un membro del governo, il sottosegretario Cosentino, chiedendone praticamente le dimissioni. Il presidente della Camera torna in sostanza a impugnare la bandiera della legalità, tradizionale tema della destra, insieme a quella dell'unità d'Italia contro le tentazioni leghiste. E arriva fino ad attaccare una legge elettorale che, sostiene anche facendo personale «ammenda» per la sua parte di responsabilità, è persino «lesiva degli spazi di libertà». In pratica altrettanti schiaffi a Berlusconi.
Fini ha detto ieri a gran voce che non obbedirà e non si piegherà. E questo luglio rischia di diventare davvero rovente per maggioranza e governo. I passaggi insidiosi non mancano. A cominciare dal 9 luglio quando si voterà la mozione di sfiducia delle opposizioni a Brancher. Sulla mozione la Camera si esprimerà infatti con voto segreto e nel segreto dell'urna le sorprese non si possono escludere. Non solo per la spaccatura nel Pdl, ma anche per i mal di pancia nella Lega emersi nei giorni scorsi proprio intorno al caso Brancher.
Sulle intercettazioni, ormai diventate il vero campo di battaglia fra Berlusconi e Fini, quello che potrebbe definire una volta per tutte gli equilibri interni al Pdl, oppure mandarli definitivamente in frantumi, il presidente della Camera è schierato a fianco di un alleato di primo piano, il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Con lui, c'è da giurarsi, si attesterà a difesa delle prerogative costituzionali. Prima fra tutte quella del presidente della Repubblica di rinviare alle Camere una legge che presenti dei vizi di costituzionalità. Decidendo di forzare la mano, Berlusconi rischia insomma molto. E chissà che non abbia già messo in conto, se le cose dovessero andare male, di tornare di nuovo alle urne.

Andrea Palombi