La ricchezza della parlata locale
BOLLENGO.La parlata locale (e non il dialetto come tutti generalizzano) continua ad esistere, e sta bene.
Questa è la conclusione a cui è giunto il paziente lavoro di ricerca, condotto, dallo studioso e pungente editorialista Arnaldo Alberti con la collaborazione di Adriana Querio, ed il sostegno della Regione, in diciassette circoli didattici del Canavese.
La ricerca, che s'intitola 'Uso e comprensione della parlata locale nella scuola primaria del Canavese", è stata presentata nel corso di un incontro con i direttori didattici e gli insegnanti al salone comunale, introdotta dal sindaco Carlo Duò. Era presente anche l'assessore regionale Luigi Ricca che ha fornito i dati emersi dalla ricerca, e sgombrato subito il campo da digressioni politiche. «Questa ricerca è un'operazione culturale - ha detto Ricca - e ha un valore innanzitutto di indagine e conoscenza in uno spirito di integrazione. Le parlate nelle nostre scuole non sono solo più quelle canavesane. Partire dalla loro conoscenza è una spinta ulteriore verso una migliore integrazione nella società, oltre a costituire un arricchimento per tutti» Anche Alberti ha sottolineato: «La Lega propone di introdurre l'insegnamento del dialetto tra le materie scolastiche: ciò non deve preoccupare i politici - ha sottolinato lo studioso - e tantomeno le istituzioni scolastiche. L'utilizzo della parlata non deve far paura, perché aiuta ad apprendere meglio le altre lingue. Invece è stato un errore metterle al bando con l'Unità d'Italia, quando gli intellettuali del tempo si erano resi conto che c'era una scarsa conoscenza della lingua italiana. Si è trattato di una grave miopia che vedeva l'homo loquens parlare bene una sola lingua».
Importante è poi l'attendibilità della ricerca costruita attraverso un'indagine statistica che ha analizzato i questionari distribuiti ai bambini. Settantacinque le scuole coinvolte, che ha voluto dire 371 classi e 5176 scolari. Il 53% sente parlare in casa l'idioma nativo, il 51% capisce la parlata locale, il 20% lo usa correttamente, il 60% lo sente parlare soprattutto dai nonni ed il 65% è interessato a conoscerla meglio. Anche tra le insegnanti c'è chi usa la parlata: solo il 31%, una percentuale più alta nei comuni tra Torre e Bairo. E sono molte le scuole in cui la parlata canavesana comincia a fondersi con quelle romene o arabe soprattutto a Castellamonte, che fa registrare il 14%. A Vico, in Valchiusella si è riscontrata la percentuale maggiore di utilizzo della parlata locale, mentre la più bassa (soltanto il 9%) è risultata ad Ivrea. «Occorre quindi una valorizzazione della parlata - ha detto Alberti - altrimenti corriamo il rischio di perdere un importante patrimonio storico che è perfettamente conciliabile con la lingua nazionale. La parlata è un elemento di collegamento con le nostre radici, non un elemento di discriminazione. E' storia, emozione, lingua dell'affettività. La parlata è libertà, legame con il territorio».
Curioso è anche sapere che le parlate locale in Piemonte sono 1206, ma quella predestinata a diventare egemone, e quindi eletta a dialetto è la parlata torinese che fa parte del gruppo gallo-italico. Ma l'Italia, al passo con l'India è il paese in cui si riscontrata la maggiore presenza di parlate; in totale sono diecimila. Una ricchezza, senza alcun dubbio.