Firmino e il male di vivere

PERTUSIO. Chissà come saranno state le ultime ore di Firmino. Tormentate, certo. Tanto ad indurlo a decidere che era tempo di mettere la parola fine alla sua esistenza. E lo ha fatto, l'uomo di Pertusio. In un modo atroce, orribile. E' uscito di casa all'alba di martedi. Ha raggiunto il capanno degli attrezzi, poco distante, e ha riempito una bottiglia di benzina con la quale si è cosparso. E si è dato fuoco. All'estremo lembo del campo attiguo.
Un angolo del terreno, si. Lontano dal fabbricato. Per il timore, forse, di provocare un incendio. Non è morto subito. Si è trascinato carponi, prima che le fiamme lo avvolgessero completamente pur risparmiando, alla fine, alcune parti del corpo.
La scoperta l'ha fatta in mattinata la figlia dei vicini di casa. Ad insospettirla, i latrati del cane. Ha scorto la sagoma di un uomo, a terra. «Credevo dormisse» confiderà. Ma non si è avvicinata. E non l'ha fatto neppure la madre, poco dopo, appena chiesto l'intervento dei carabinieri. Ma il pensiero è volto a Firmino. «L'abbiamo chiamato tante volte, ma non rispondeva. Non era più in grado di farlo». Li per li, i carabinieri di Cuorgnè hanno pensato si trattasse di un uomo sulla trentina. Ma Vallero di anni ne aveva 58. La certezza che fosse lui è arrivata dal riconoscimento degli occhiali, che portava, e delle scarpe che indossava quando andava nel campo. Ora, la salma è a disposizione delle autorità per l'autopsia. Non si conosce la data delle esequie.
Firmino Vallero abitava con la madre, in questi giorni ricoverata all'ospedale di Ivrea. Una vita, la sua, completamente assorbita dalla famiglia, che erano poi i genitori. Ingegnere mancato (c'è chi dice che fosse arrivato all'ultimo esame, ma il servizio di leva ormai non più rinviabile l'avesse costretto a sospendere gli studi che dopo non avrebbe più ripreso), era un abile programmatore. A Torino, per alcuni anni, aveva lavorato per un'azienda satellite della Fiat. Poi, esaurita quella esperienza, provò a mettere a frutto le sue capacità in proprio.
L'ictus che colpi il padre Sisto, rendendolo invalido per lunghi anni, fu soltanto una delle incombenze che dovette affrontare. Lo accudi, con la madre Angela, fino alla morte. Per poi rivolgere tutte le attenzioni a lei, con la quale aveva ormai un rapporto esclusivo. Niente vita sociale, infatti, per Firmino. Schivo, riservato, buono. E capace di affetti autentici, come ricordano i vicini di Case Villa, una borgata periferica di Pertusio.
Le condizioni di salute della mamma non erano buone. Qualche volta, un po' d'insofferenza veniva a galla. Del resto, quando ci si occupa a tempo pieno di qualcuno che è in stato di necessità, e lo si fa con l'amore di un figlio, per sè stessi, di tempo, ce n'è sempre meno. In questo suo isolamento 'forzato", Firmino deve aver iniziato a maturare altre convinzioni. «Che non stesse bene, era evidente - dicono a Case Villa -, ma in qualche modo riusciva a tirare avanti comunque, senza chiedere aiuto, senza pretenderlo».
Il ricovero della madre, avvenuto la scorsa settimana, dev'essere parso a Vallero come l'ennesimo dei problemi a cui avrebbe dovuto far fronte, ma anche il tratto più in salita di un'esistenza segnata. La paura di non farcela, il timore di sentirsi inadeguato, o più semplicemente una stanchezza dell'anima che diventa dolore insopportabile, hanno finito per avere il sopravvento.
L'uomo mite, gentile, educato, che non voleva essere chiamato agricoltore perchè odiava quel ruolo, è diventato anche determinato, freddo, pronto nel scegliere come andarsene, un giorno di settembre, col sole ancora caldo, di un'estate ormai dimenticata.
Mauro Michelotti