L'armit minacciato dalle streghe
PAVONE.Annesso alla cappella di San Grato è il romitorio, una serie di piccoli locali adibiti a dimora dell'armit, l'eremita.
Spiega il sindaco, Maria Aprile: «Un documento del 1842 ricorda che la Comunità di Pavone stipulò una convenzione con un certo Giordano Andrea Petitti, eremita e sacrestano, che si impegnava così a tenere domicilio nel romitorio annesso alla chiesa, ad avere cura dei mobili esistenti, e a mantenere in funzione l'orologio del campanile (suonando ogni mattina il servizio delle funzioni religiose celebrate nella chiesa parrocchiale). In cambio di questi lavori gli sarebbe stato corrisposto un salario di circa 3.000 lire annue, oltre all'uso gratuito della casa e al godimento di giornate 8.60 di terreno comunale (vigna e bosco)». Tra storia e leggenda, però, l'intreccio è forte. Fortissimo. E con la leggenda si mischiano anche i ricordi. «I vecchi del paese - aggiunge il sindaco, citando una pubblicazione dedicata Alla Paraj Auta - ricordano ancora la figura sfocata di un eremita abitare quei locali insieme alla madre. E ricordano anche una leggenda legata alla sua figura e ai tempi in cui, dopo i vespri, la gente si ritirava frettolosamente in casa per timore di incontrare le masche per strada. Secondo tale credenza, queste erano infatti solite ritrovarsi, all'imbrunire, presso il Roc d'Alas, per ballare e dedicarsi a pratiche magiche a danno dei viandanti».
Una sera l'armit, trovandosi sullo spiazzo antistante la chiesetta di San Grato e udendo le streghe cantare e urlare più fotemente del solito per spaventare la gente, fischiò per farle cessare: «Le masche, indispettite per l'affronto - continua il racconto - in un attimo giunsero sul piazzale e l'eremita fece appena in tempo a riparare nella cappella e a chiudersi dentro sprangandone la porta. Le "masche", inviperite, lo assediarono tutta la notte urlando: armit, armit, se uscirai ti faremo a pezzi e il pezzo più grosso avrà le dimensioni del tuo orecchio».
Maria Aprile cita ancora, sempre a proposito dell'eremita, un ulteriore documento risalente al 1731, compilato dal curato di Pavone, don Bertolino: «L'eremita - conclude - aveva a disposizione una vigna di circa quaranta tavole e due ‘crotte' (cantine). In una di queste vi erano tre bottalli, uno di capacità di brente due, gli altri di quattro; e un piccolo torchio da uve». (fr.fa.)