Quegli anni d'oro all'Aquila Antica
IVREA. Doriano Regruto lascia lo storico ristorante 'Aquila Antica" e, nel ricordare i tempi in cui, giovane sposo, con la moglie iniziò la gestione, definisce il locale di allora 'un'osteria". La definizione non piace ai fratelli Scavarda che ne sono i proprietari e che vogliono precisare.
Martino e Antonio Scavarda raccontano una tradizione di ristorazione e accoglienza di qualità. «Nell'anno 1938 - spiegano - la nostra famiglia rileva lo storico albergo ristorante dai cugini Salato che lo avevano acquistato nello stesso anno dalla famiglia Vecchia. A Ivrea, in quel periodo, c'erano diverse caserme militari, ci si muoveva con i cavalli e chi si trovava a pernottare aveva bisogno di un ricovero anche per gli animali, per questo l'albergo disponeva di stallaggi, alcuni ancora oggi esistenti, nonché di servizio di mascalcia».
«Ricordiamo una camera dalla tappezzeria bordeaux, con i letti e i divani in ferro battuto e il catino dove veniva versata l'acqua dalle cameriere per i clienti che si volevano dare una rinfrescata. Ma il tempo passa e le esigenze cambiano. Nel 1957 Ivrea è una città moderna, l'Olivetti una fabbrica che richiama persone da tutto il mondo».
«La nostra famiglia rinnova completamente l'albergo per adeguarlo alle nuove esigenze, seguendo le linee stilistiche dell'epoca. La capienza viene triplicata: le camere dotate di acqua calda e fredda, i bagni su ogni piano e il riscaldamento con termosifoni ne fanno uno degli alberghi più prestigiosi della città. Gli ospiti provengono da Europa, India, Africa e America, ad Ivrea vengono per studiare nella Fabbrica».
«Olivetti alloggiava da noi i tecnici e i dirigenti delle filiali estere che erano qui in trasferta e che potevano scegliere sul menù del giorno cosa mangiare 'alla carta". Intanto il buon nome del locale cresce; il Genoa calcio lo sceglie come albergo per i propri giocatori durante il ritiro (gran parte giocavano anche in nazionale come Buffon padre del famoso portiere)».
«Grazie alla cucina di nostro padre, il ristorante viene scelto dai medici della città per le loro cene conviviali; il senatore Chabod, cliente fisso, ci porta i suoi colleghi e amici, e organizza le cene della 'Confraternita dla cher" solo per citarne alcuni».
«La cucina di quel periodo era molto legata al territorio ed era composta dai piatti tipici della tradizione canavesana, i vini erano per la maggior parte piemontesi, il locale disponeva di una grande cantina dove nostro padre vinificava le uve acquistate sul Monferrato e grandi case vinicole come Enrico Serafino e Balbiano etichettavano per noi personalizzando le bottiglie, le famose 'mezze" che Regruto cita nella sua intervista».
«Il bar del ristorante era frequentato da avventori che trascorrevano il pomeriggio giocando a carte, ma era gente che in quel tempo si poteva permettere di passare un pomeriggio senza stress e preoccupazione. La vita scorreva più lentamente, tra loro c'erano gli impresari che stavano costruendo gran parte dell'Ivrea che conosciamo oggi: Quagliotti, Fabiani, Sacchero e i colonnelli dell'esercito in pensione. Non certo 'gente da osteria". Si giunge cosi alla fine degli Anni Settanta. E' già cominciata la crisi dell'Olivetti, sarebbe di nuovo necessario un rinnovamento ma la nostra famiglia è stanca, sono trascorsi 40 anni da quel lontano 1938 e decide di ritirarsi cedendo l'attività a Regruto».
«Ricostruire la storia di questo locale - concludono gli Scavarda - è riconoscere che i tempi cambiano. Se Regruto, guardando indietro, ricorda una 'modesta osteria" dimostra che non si può giudicare il passato con il metro del presente».