SAN BENIGNO. A vederlo in piedi, sorridente, a raccontare stralci della sua vita con il consueto acume dimostra molto meno dei suoi 85 anni. Monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, sabato 7 febbraio è stato in visita a San Benigno, per presentare il suo ultimo libro nella nuova biblioteca di Villa Volpini. E ancora una volta non ha mancato di catturare l'attenzione del suo pubblico: tra aneddoti e barzellette, ha trasmesso il messaggio incarnato dalla sua vita, magari a volte un tantino lontana dagli schemi un po' rigidi del Vaticano, ma molto vicina ai fedeli.
Monsignor Bettazzi ha illustrato le ragioni che lo hanno spinto a pubblicare In dialogo con i lontani, memorie e riflessioni di un vescovo un po' laico. «Mi è capitato – ha raccontato – di essere intervistato da giornalisti, ma ognuno scrive secondo la sua sensibilità… Almeno per una volta ho scritto quello che ho voluto io».
Al centro del libro è il concetto di laicità, non intesa come "essere contro la chiesa" ma nel suo significato originario: «Laici sono i cristiani non clerici – ha ricordato –. Credo poi che sul piano dell'incontro con gli altri, soprattutto tenendo conto del fatto che si va verso un mondo di tante culture, ci si debba muovere sul lato umano, il che non significa non avere suggerimenti religiosi. Per questo parlo di obbedienza laica, di povertà laica, di castità laica».
«La vera religione – ha aggiunto –il vescovo emerito d'Ivrea — se è soprannaturale deve essere prima naturale. Pensate a Gesù Cristo: ha vissuto gli ultimi tre giorni della sua vita come sacerdote, gli ultimi tre anni come cristiano, mentre per i primi 30 ha fatto il laico, per dimostrarci come dobbiamo vivere».
Tre sono state le tappe fondamentali del percorso di monsignor Bettazzi: gli studi filosofici, che gli hanno insegnato come l'essere umano sia composto di ragione e di intuizione, la sua esperienza nella Fuci (Federazione Universitari Cattolici Italiani) e il Concilio Vaticano II. «L'idea di Giovanni XXIII – ha ricordato – era quella di fare un concilio pastorale, di partire dalla gente e di cominciare dalle cose che uniscono, non da quelle che dividono. È stata sicuramente un'esperienza che mi ha incoraggiato».
Due invece gli ambiti principali in cui ha fatto esperienza: la Diocesi di Ivrea (dove è arrivato il 15 gennaio del 1967) e Pax Christi, di cui nel 1968 è diventato presidente nazionale: «Mi hanno chiamato a Roma, perché questo movimento di giovani per la pace aveva bisogno di un vescovo. Mi hanno detto che ero la persona più adatta… in realtà ho poi scoperto che prima di me cinque altri vescovi avevano rifiutato…».
E poi i viaggi, soprattutto in Vietnam e i rapporti con il mondo politico, il caso Moro e… l'"accusa" di essere un vescovo di sinistra. «Il vescovo di Ivrea non è di sinistra, è mancino, ho sempre sostenuto. Quand'ero piccolo mi costringevano a scrivere con la destra. Forse è per questa mia caratteristica che ho imparato a guardare a chi è emarginato. Alla destra ci stanno gli eletti, alla sinistra chi è considerato meno. Anche nel Vangelo c'è scritto che Cristo siede alla destra del Padre…».
Silvia Alberto