La 'vicenda Via Palma" da Voi trattata in numerevoli uscite sul Vostro giornale, e soprattutto per ben 3 numeri consecutivi nell'ultimo mese, ha portato all'attenzione dei Vostri lettori (cioè della città tutta o quasi) un tema molto spesso poco trattato, quello del PROGETTO di ARCHITETTURA, che talvolta viene confuso e sminuito con la semplice dicotomia 'mi piace, non mi piace".
Non voglio quindi parlare di via Palma - a mia volta — tornando sulla semplice chiave di lettura 'è bello o è brutto", ma vorrei invece sottolineare come spesso siano anche altri i significati di un progetto di architettura, spesso più sottili, magari di non immediata percezione, e magari non da giudicare a caldo.
Voglio anche dire che un progetto di architettura non deve essere spiegato a parole, deve di solito avere la forza di parlare da solo. Spetta al più alla critica e al confronto la possibilità di usare la parola (e non il disegno) per decifrarlo.
E' da almeno quattro secoli che l'architettura, o meglio le forme dell'architettura, si propongono anche come costituzione di una distanza critica rispetto alle convinzioni comuni. E' normale quindi che il progetto di architettura susciti risposte emotive e che queste si compongano spesso di luoghi comuni utilizzati in forma di opinione.
Nel lavoro di architettura il progettista, in modo più o meno conscio, introduce spesso molto della propria storia personale (memoria, sentimenti, ambizioni, passioni), cosi come un influenza rappresentano certamente le condizioni esterne con cui egli si confronta. Deve essere tuttavia chiaro che queste ultime non possono condurre direttamente all'espressione architettonica, ovvero non possono divenire le sue forme in modo deduttivo.
Un intervento come è stato quello di Via Palma, esemplifica bene i concetti sopra espressi, componendosi di un luogo carico di storia, di vincoli e condizionamenti imprescindibili e dell'interpretazione progettuale dell'architetto.
Pertanto è giusto che susciti umori e opinioni discordanti, ma forse non è giusto che nel manifestarsi di queste, venga meno il rispetto alla professionalità di chi quel progetto ha creato. Dico questo non per difendere nello specifico l'Architetto di Via Palma, ma per sottolineare quanto sia difficile ed esposta all'opinione pubblica una professione che in realtà non dovrebbe essere molto diversa (per prestigio ed onorabilità) dalle tante libere professioni cui si assegna e si riconosce di solito maggiore autorevolezza (avvocati, medici, ecc….).
Inoltre che la Pubblica Amministrazione possa anche sbagliare un progetto è proprio della limitata e imperfetta condizione umana, ma credo sia utile sottolineare come nel Privato molto spesso la qualità del progetto sia assai più bassa che nella Pubblica Amministrazione e non credo che ad Ivrea, salvo qualche eccezione, possa dirsi diversamente. Tuttavia non ho mai visto nessuno, ad Ivrea, alzare un dito contro la brutta architettura degli ultimi 20/30 anni, e non si dica che la differenza sostanziale (l'alibi) stia nel fatto che in un caso si spendono soldi pubblici e nell'altro soldi privati.
E' curioso anche notare come i progetti privati più coraggiosi degli ultimi anni ad Ivrea, sono spesso stati visti dai più con la stessa diffidenza con cui si guarda oggi al 'nuovo" di Via Palma e ieri al 'nuovo" di Piazza Freguglia, salvo poi verificare che la gente che li abita è estremamente contenta. Cosi come lo è la gente che abita oggi le case olivettiane, che hanno più di 50 anni, ma esprimono ancora oggi una modernità ai più sconosciuta.
Cordialmente.
Alberto Redolfi

Alberto Redolfi ha tutte le carte in regola per inoltrarsi in questo intervento di 'storia e filosofia architettonica", essendo egli architetto ed ex assessore all'Urbanistica della città di Ivrea. Conoscendone il valore e la competenza sia in un ruolo che nell'altro, ci fa particolarmente piacere, dunque, ospitare la sua disanima su una polemica che ha animato il dibattito cittadino. Una 'animazione" di cui, come giornale, ci prendiamo tutto il merito, visti l'opacità e il piattume in cui questa città versa negli ultimi tempi. Entrando nel merito di quanto l'architetto Redolfi scrive, vorremmo solo puntualizzare che siamo perfettamente d'accordo con lui quando dice che 'un progetto di architettura deve di solito avere la forza di parlare da solo". Crediamo che alcuni progetti avviati durante il suo assessorato abbiano 'parlato" molto, tanto da suscitare la legittima voglia di risposta da parte dei cittadini. Una voglia espressa, almeno per quanto riguarda il nostro giornale, sempre nel modo più civile e ragionato, senza che mai sia venuto meno 'il rispetto alla professionalità di chi quel progetto ha creato" e, noi aggiungiamo, 'approvato". Per quanto riguarda i 'progetti coraggiosi degli ultimi anni a Ivrea", cui l'architetto fa riferimento, ci piacerebbe sapere quali siano gli eporediesi che se ne sono, nel tempo, 'dimostrati estremamente contenti". E visto che Redolfi sottolinea come 'nel lavoro di architettura il progettista, in modo più o meno conscio, introduce spesso molto della propria storia personale (memoria, sentimenti, ambizioni, passioni)", da incompetenti quali siamo ci resta l'umana curiosità di capire quali traumi possano aver attraversato la vita di chi ha 'creato" la metamorfosi di piazza Freguglia. (d.l.)