Un medico che credeva nel volontariato
CUORGNE'.Era tornato da poco dal Kenia il dottor Orso Giacone. Tra le molteplici attività, infatti, c'era anche l'impegno con un'associazione no profit per l'assistenza ai malati nelle zone più povere del terzo mondo. Nel paese centr'africano si era trattenuto un mese. «Un professionista integerrimo, un uomo dalle straordinarie qualità umane, un medico che aveva ben chiaro il suo ruolo e ha speso un'esistenza per assolverlo nel migliore dei modi» dicono di lui i colleghi.
Tra i reietti, gli ultimi, i dimenticati, Orso Giacone riusciva ad esprimere aspetti della sua personalità che solo chi vive con intensità la propria ‘missione' (e quella di un medico lo è, a tutti gli effetti), sa cogliere. Nessuna luminosa passerella o scintillante vetrina che sia, ma un silenzioso identificarsi con la sofferenza, con i quotidiani dubbi sull'esistenza, con un tempo che solo apparentemente è lontano da noi, ma ci siamo dentro. Tutti.
E poi, c'era ancora ‘l'altro lato', meno doloroso dei passaggi in Africa, dell'Orso Giacone intenditore d'arte, amante della bellezza in tutte le sue forme, dell'Ottocento e dei capolavori che ha saputo generare. Nel periodo in cui a Rivarolo l'assessorato alla cultura era gestito dal collega, amico, Pietro Saporito (medico anche lui, cardiologo di riconosciuta bravura), Orso Giacone aveva collaborato all'organizzazione di importanti eventi, come la mostra su Gays, al castello Malgrà, e Reycend, nella nuova sede espositiva di Villa Vallero.
Una passione, un trasporto, verso un periodo tra i più importanti dal punto di vista pittorico per la scuola piemontese, che si era tradotto nella decisione di aiutare l'assessore rivarolese a portare in città, e in due spazi prestigiosi come il Malgrà e la Villa, autentici gioielli.
Ma tutto, ora, sembra sfumare nel ricordo. Con l'evanescenza di certi acquerelli dove negli sfondi semisfuocati le persone si possono solo immaginare. Perchè risultano sfuggenti, impalpabili, creature in dissolvenza fissate su una tela.
m.mi.