Rivarolo, chiude il Vallesusa

RIVAROLO. Vallesusa, addio. Quello che resta dello storico stabilimento di corso Indipendenza, a Rivarolo, chiude i battenti. E' di martedi il comunicato dell'azienda, oggi Visconti di Modrone (una società del gruppo Inghirami, quella delle camice Ingram), la decisione di far partire da lunedi prossimo la cassa integrazione per gli 80 dipendenti (per larga parte donne). Ed entro settembre tutta l'unità produttiva verrà trasferita a Coggiola, in provincia di Biella. Le organizzazioni sindacali, di concerto con gli operai, hanno deciso per oggi, giovedi 3 luglio, otto ore di sciopero. E' il primo atto di una lotta che si annuncia durissima, anche se le chances che la proprietà possa fare marcia indietro sono praticamente nulle.
Dopo la Salp, la Bo-Fim, la Eaton, Rivarolo perde un'altra delle aziende che hanno fatto davvero la storia di una città e del suo territorio. Segnali, in negativo, si erano già avuti alcuni mesi fa, con le prime tre settimane di cassa. Ma la notizia, comunicata dal direttore, Donato Radaelli, al sindacato, martedi, dello spostamento della produzione nel biellese nel giro di tre mesi, ha avuto la forza dirompente di una bomba. «Sono un paio d'anni che la situazione è grave all'interno dell'azienda, che ha responsabilità precise, per altro - riferisce Angelo Sesto, delegato Rdb Cub nello stabilimento manifatturiero rivarolese -. Qui, investimenti non sono mai stati fatti: dalla sicurezza sul lavoro alle nuove tecnologie. In pochi anni si è scesi da 200 ad 80 dipendenti. Quando il personale non si rimpiazza, significa che non esiste la volontà di continuare a produrre».
Ieri, mercoledi, nel primo pomeriggio, si è svolta un'animata assemblea per cercare di affinare una strategia, che va dall'adozione di strumenti di lotta (lo sciopero di oggi è il primo) al coinvolgimento delle istituzioni, Comune in primis. Ma tutto, in questo momento, sembra remare contro le 80 famiglie che vivono con grande preoccupazione ciò che sta avvenendo. Le storie s'intrecciano. «Sono sola, due figli a carico, non posso permettermi di fare 104 chilometri al giorno e per lavorare su tre turni» dice sconsolata un'operaia. «Mi mancano troppi anni alla pensione e sono la sola ad essere occupata in famiglia. Per me la distanza è un handicap che non riuscirò a colmare. Sono disperata» aggiune una dipendente del complesso manifatturiero specializzato nella lavorazione di stoffe per camice.
«La proprietà è stata sin troppo chiara: lo stabilimento di Coggiola è nuovo ed in crescita. Non c'è più alcuna convenienza a rimanere a Rivarolo - spiega Vanessa Melis, della Filtea Cgil -. Noi siamo presenti in fabbrica da sempre, come sindacato. Abbiamo visto l'evoluzione delle diverse situazioni. Salvo un piccolo momento di difficoltà nella seconda metà degli anni Novanta qui non si è mai fatta cassa integrazione. Ma negli ultimi due anni il fatturato è sceso dell'80%. Le ragioni sono tante: è il tessile, in genere, che va male. Ipotizzare la ristrutturazione dello stabilimento di Rivarolo è impensabile: si parla di 14 milioni di euro, una cifra insostenibile. Non possiamo non dire che non ci aspettassimo ciò che sta avvenendo. Si fanno le fiere e gli ordini sono pari a zero. E' un settore che sta languendo».
All'azienda verranno chieste agevolazioni: dagli incentivi alle buone uscite, per gli operai che non saranno disposti a trasferirsi, e non certo per mancanza di buona volontà. Poi, ci sono gli ammortizzatori sociali. «Io sono convinta che gli scioperi servano a poco - aggiunge Vanessa Melis -. Non certo per dare un futuro a chi oggi se l'è visto spezzato. Faremo la nostra parte. Come sempre. Non lasceremo i lavoratori da soli».