Omicidio Trompino: 25 anni di reclusione
SAN GIUSTO. Venticinque anni di reclusione. E' questa la pesante condanna che giudici togati e popolari hanno inflitto a Pasquale Narcisio, 45 anni, di San Giusto, l'uomo accusato di aver ammazzato il suo amico Adamo Trompino, 30 anni. Quattro colpi al torace, esplosi l'11 febbraio dello scorso anno all'interno del cortile dell'abitazione dell'imputato, in vicolo Mattia.
I giudici della Corte d'Assise hanno escluso la premeditazione dell'omicidio (cosi come richiesto anche dal pm Francesco Saverio Pelosi), riconoscendo al Narcisio l'attenuante dello stato d'ira. La difesa (avvocato Davide Gatti) ha infatti sempre sostenuto che il suo assistito fosse stato provocato e aggredito più volte prima di sparare. Sei colpi, quattro dei quali avevano colpito la vittima al torace, erano stati esplosi dai una pistola che non è mai stata ritrovata.
L'intero processo è stato seguito da entrambe le famiglie di nomadi. Decine di persone che hanno affollato l'aula e il tribunale, guardati a vista da poliziotti e carabinieri. La mamma e la moglie di Trompino si sono costituite parte civile, ma non hanno chiesto un solo euro di risarcimento. «Volevano giustizia - commenta l'avvocato Michela Malerba - e l'hanno ottenuta. Non volevano soldi, ma solo marcare l'accento sul fatto che si sono affidate alle istituzioni per vedere riconociuto colpevolo l'assassiono del loro caro». Adamo Trompino, di San Carlo, era padre di tre figli, di 10, 6 e 3 anni. Quella domenica di febbraio, insieme alla sua famiglia, era andato dall'amico Narcisio.
Le due famiglie avevano pranzato insieme e, secondo i testimoni ascoltati dai giudici, nulla aveva fatto prevedere quello che di di tragico di li a poco sarebbe accaduto. Intorno alle 3 del pomeriggio, i due uomini si erano recati al bar della Polisportiva di San Giusto per bere una birra. Ed è qui che tra i due era nato un primo diverbio. Erano volati insulti e spintoni, ma una terza persona aveva separato Narcisio e Trompino.
La cosa sembrava essere finita cosi. Ma quando Narcisio era tornato nella sua abitazione, Trompino era li ad attenderlo. Qui ancora botte ed insulti, fino a quando Pasquale Narcisio non era entrato in casa per uscire subito dopo armato di pistola. L'uomo aveva sparato sei volte. Due proiettili erano finiti nel muro di cinta dell'abitazione, quattro si erano conficcati nel torace del suo amico. I quattro colpi erano stati sparati ad una distanza tra i venti e i quaranta centimetri.
La scena era avvenuta davanti alla moglie e ai tre figli di Trompino. Ed erano stati proprio i suo cari ad accompagnare l'uomo al pronto soccorso di Chivasso. Il nomade era morto mentre i medici lo sottoponevano ad una Tac.
Intanto, a pochi chilometri di distanza, cominciava la disperata fuga dell'assassino. Ai giudici dirà di essersi subito disfatto della pistola, gettandola in una roggia non lontano da casa. L'arma, ovviamente, non è mai stata ritrovata. Tre giorni dopo l'omicidio, Narcisio, vedendo stringersi sempre più il cerchio attorno a lui, aveva deciso di costituirsi.
Sin dall'inizio, davanti al giudice delle indagini preliminari, Narcisio aveva detto che tra lui e Trompino non c'erano mai stati screzi, che non c'erano mai stati motivi per litigare. Durante il processo in Corte d'Assise (presidente Aniello Mosca), l'imputato ha sempre negato che tra lui e la vittima ci fossero conti in sospeso. «Sono stato picchiato e insultato in più occasione durante quella giornata. Trompino aveva anche minacciato la mia famiglia e non scherzava. Ad un certo punto non ce l'ho più fatta e ho preso la pistola». La difesa di Narcisio annuncia ricorso in Appello nella speranza di una riduzione di pena
Vincenzo Iorio