Partigiana combattente nella 47ª Garibaldi
IVREA.‘Appartengo all'eletta razza e in questo pozzo nero debbo vivere. Vento fammi ala, accendi i fuochi. Rullano i tamburi nella notte'. Versi di Tullia de Mayo, partigiana Manuela, combattente.
Tullia è morta il 28 maggio di sette anni fa, a Cuorgnè. Aveva 78 anni. Ormai usciva poco, ma la salute malferma non le impediva di continuare a lottare e ad essere testimonianza vivente dei valori della Resistenza. Erano il suo passato e il suo presente a parlare. Lei, partigiana combattente, direttrice dell'infermeria partigiana di Forzo, in Valle Soana, compagna di una vita di Vincenzo Viano, anche lui figura di spicco in Alto Canavese. Insieme scrissero ‘Il prezzo della libertà', che raccoglie nomi, luoghi, date e circostanze della lotta partigiana in Canavese.
Tullia de Mayo coniugò nella sua esistenza varie passioni: la Resistenza, la politica, la poesia. Nel 1970 diventò consigliere comunale a Cuorgnè, nelle liste del Pci e fondò un collettivo di recitazione ('Che Guevara") in appoggio alle lotte di liberazione dei popoli oppressi. Nel 2002, il regista Gianfranzo Bazzarola ha messo in scena uno spettacolo teatrale dal titolo ‘Ancora grido il mio credo nell'uomo', tratto dalle sue poesie.
L'8 settembre 1943, Tullia de Mayo, lo raccontava cosi: «Mi recai alla caserma Pinelli di Cuorgnè dove era di stanza il venticinquesimo reggimento di artiglieria con un reparto della scuola allievi sottufficiali. Sulla piazza antistante, un gruppo di cittadini chiedeva ai militari coperte, scarponi e generi alimentari di cui vi era gran penuria. Essendo figlia di antifascisti ed avendo percepito da alcune frasi dette da mio padre - spiegava in un'intervista - iniziai un colloquio con dei militari invitandoli a consegnarmi le armi e a mettersi loro stessi in salvo. Dopo alcune perplessità si dimostrarono disposti a farlo. Prendemmo appuntamento per la notte e con l'aiuto dell'allievo sergente della prima batteria Carlo Dovolic di Marzana d'Istria (divenuto partigiano), dell'artigliere Domenico Di Palo di Monfalcone, caduto in uno scontro a fuoco con i fascisti nel marzo 1944 a Prascorsano e al quale venne intestata una brigata partigiana della VI divisione Gl e di un meridionale di Lentini di cui non ricordo il nome, portammo via diversi moschetti, munizioni e bombe a mano nascondendole provvisoriamente nella cantina della mia abitazione. Armi che furono di seguito consegnate ai primi gruppi partigiani che si costituirono in zona».
L'esperienza di Tullia non era isolata, all'interno della sua famiglia: «Militai come partigiana combattente nella quarantasettesima Garibaldi - sottolineava - brigata nella quale mio padre ricopri il ruolo il ruolo di comandante di polizia, mio fratello quello di vicecomandante del quarto distaccamento e mia cognata fu responsabile della sartoria. Mia madre fece di tutto con umiltà, senza nulla chiedere, meritandosi poi la qualifica di ‘benemerita' della lotta di Liberazione».
L'infermeria a Forzo fu allestita nel luglio del 1944. E, in ottobre, a causa di un rastrellamento, le formazioni partigiane dovettero abbandonare la zona: «A causa di una bufera di neve che ci colse in alta quota contrasssi un principio di congelamento ai piedi, una bronchite mi causo un'infiltrazione polmonare che si aggravò per mancanza di cure». Arrivò l'inverno: «Lo passai a Torino, in clandestinità».
Dopo la guerra, la sofferenza. Ma Tullia non si lasciò abbattere: «Presi la penna e ne feci un fucile per tentare di lottare in questo modo contro le ingustizie». (ri.co.)