‘La sicurezza, questione culturale'

IVREA. Le leggi sono indispensabili, ma in fatto di lavoro ci vuole di più: «Credo che occorra innanzi tutto costruire pazientemente una cultura della sicurezza altrimenti anche le migliori leggi avrannno lo stesso risultato delle grida di manzoniana memoria». Alfredo Ghella, responsabile della Cgil del Canavese, invita a riflettere sulle tragedie sul lavoro. La scorsa settimana, un operaio manutentore è morto alla Mac di Chivasso, azienda del consorso Chind.
Il giorno precedente, un altro, Luigi Roca, si è suicidato al termine di un contratto di lavoro interinale alla Berco di Busano. Aveva moglie, due bambini e il mutuo da pagare e sperava, dopo quel periodo alla Berco, di poter essere finalmente assunto a tempo indeterminato. Probabilmente, considerato il numero ridottissimo di lavoratori atipici alla Berco, sarebbe stato così.
Venerdì mattina, i lavoratori Berco hanno scioperato contro la precarietà e hanno aperto una sottoscrizione alla filiale di Rivarolo della Banca Popolare di Novara per sostenere la famiglia di Luigi Roca.
Ghella vuole partire da queste storie drammatiche per rilanciare la necessità di costruire una cultura nuova del lavoro, senza la quale è difficile continuare ad avere speranze. «Si è finalmente approvata una legge che tenta, attraverso più controlli e pene più severe - dice - di migliorare le tutele di chi lavora, ma è ancora lunga la strada per affrancare il lavoro dai rischi delle mancate tutele sia normative che ambientali».
Ma che significa, oggi, ‘cultura della sicurezza?
Significa creare una coscienza diffusa del valore della prevenzione. Non solo le aziende, ma le istituzioni, a partire dai Comuni, devono favorire la cultura della sicurezza.
Qualche esempio?
Pensiamo agli appalti pubblici, dove molte volte, pur in presenza di normative positive, si tarda ad applicarle o le si sottovaluta con risultati disastrosi sulle condizioni di sicurezza dei cantieri, dove il subappalto a pioggia a molte ditte marginali favoriscono le situazioni irregolari, rendendo labili le normative per la sicurezza sul lavoro.
Una soluzione?
Basta con gli appalti al massimo ribasso. Vanno definiti capitolati d'appalto vincolanti, dove sono definite regole di ore lavorate e di applicazione di normative senza le quali si è immediatamente esclusi dalla gara.
E poi?
E poi serve una grande sinergia tra le istituzioni perchè solo così è possibile far crescere una cultura nuova. Servono inoltre più controlli ispettivi, anche in Canavese gli addetti sono in numero insufficiente. E, naturalmente, sanzioni certe. Sanzioni che non devono essere intese come uno strumento di punizione nei confronti delle aziende. Io credo sia interesse delle stesse imprese sanzionare duramente chi opera in concorrenza sleale evitando di far rispettare le norme di sicurezza.
C'è poi, la questione legata alla precarietà. Un operaio si è tolto la vita allo scadere del contratto interinale. Che ne pensa?
La precarietà è una piaga sociale. Non ha nulla a che vedere con la flessibilità. Quando la precarietà è eletta a sistema tutto diventa precario e il lavoratore che senza sicurezze tende ad accettare ogni proposta di occupazione nella speranza del posto fisso è l'anello più debole.
Come si può sconfiggere?
Contro la precarietà occorre davvero una grande battaglia di civiltà che coinvolga tutto il sitema sociale e produttivo del Paese. Non sono sufficienti le denunce del sindacato, occorre una grande presa di coscienza generale con le istituzioni e gli imprenditori. Serve un percorso come accaduto negli anni Settanta, quando si arrivò alla definizione dello Statuto dei Lavoratori.
Il ruolo degli imprenditori?
Anche in Canavese, gli imprenditori che investono nella modernizzazione degli impianti e dei prodotti cominciano a comprendere la necessità di un nuovo rapporto con i lavoratori basato sulla professionalità e sulla stabilità della prestazione. Anche per questi imprenditori la precarierà è un ostacolo, un limite alla produttività e alla qualità.
Rita Cola