Il marchio dell'Italia che vince
Il vecchio continente, inteso nella storia del motociclismo come il Giappone, è in silenzio. E pure il nuovo che avanza, quella Spagna fucina per ora di soli piloti che sembrano costruiti apposta per portare al limite le moto nipponiche, ha subìto senza reazione la travolgente avanzata del marchio Ducati.
Nel 2007 c'è stata gloria per la sola Casa di Borgo Panigale, un successo globale che viene da lontano, da qualcosa come trionfi iridati in 20 anni di Superbike, tali da autorizzare soltanto cinque anni orsono lo sbarco in MotoGp.
Oggi, il fenomeno Ducati non è solo Casey Stoner. C'è l'ingegner Claudio Domenicali, amministratore delegato di Ducati Corse, alla base dei successi sportivi dell'azienda bolognese, ci sono Livio Suppo, responsabile del progetto MotoGp e Filippo Preziosi, l'ingegnere progettista della Desmosedici.
La perfetta coesione dei tre personaggi, alcune scelte che parevano azzardate ma rivelatesi vincenti, hanno sospinto la Ducati ai vertici. Anche sulla "pista" dell'economia: in un anno il valore in Borsa del titolo è triplicato, sui mercati esteri c'è grande interesse per il marchio italiano che, è scontato riferirlo, entro i confini nazionali spopola.
Sul fronte della produzione di serie la neonata 1098 ha avuto un impatto incredibilmente inatteso rispetto alla misteriosa 999 - che ha fatto seguito con meno successo alle fortunate 916, 996 e 998 Testastretta -, costringendo l'azienda bolognese a rivedere l'organizzazione del lavoro per accrescere la produzione. La più azzeccata definizione del prodotto Ducati è dello stesso Domenicali: «Le nostre moto combinano la competenza scientifica allo stile di vita italiano, la filosofia è la stessa dello slow food, che all'estero riconoscono al Belpaese. Il piacere di crogiolarsi senza confini in un prodotto ricercato perché accurato e vincente, un simbolo».
Storia di un amore non ancora sbocciato: Valentino Rossi. Oggi no, domani chissà.
(g.p.g.)