Quel giorno a Ivrea quando ad ascoltarlo c'era tutta la città
IVREA.Enzo Biagi era venuto parecchie volte a Ivrea, città alla quale era particolarmente legato. E sempre Ivrea gli aveva riservato l'accoglienza che meritano le persone di valore quelle che, qualunque sia l'occasione, vale la pena di incontrare e ascoltare. Ed è proprio ad una di quelle occasioni che si riferisce la testimonianza del nostro ex direttore, Giuseppe Mayda, amico e collaboratore di Biagi.
«Quando Biagi venne a Ivrea, una quindicina di anni fa, per presentare uno dei suoi libri di maggior successo, 'L'albero dei fiori bianchi", edito da Rizzoli, la città intera lo accolse con l'entusiasmo e il trasporto con cui forse non aveva mai accolto nessuno. Il ricordo più struggente ch'io conservo ancora oggi di Biagi è proprio quella sua figura sobria, disadorna, sorridente, umana nel salone della Serra, con una folla cosi strabocchevole, incredibile, vociante - una folla da stadio di calcio, che esauriva tutti i posti, scalinate comprese - testimoniata da oltre duecento persone rimaste fuori dalla Sala Congressi e che dovettero seguire le parole dell'oratore attraverso gli altoparlanti. C'ero anch'io fra quelli andati ad ascoltarlo e applaudirlo anche perché ormai ci conoscevamo da una vita. Accanto a me, nella calca festosa, scoprii casualmente poco dopo un amico e collega, il mio antico direttore de 'La Stampa", Giorgio Fattori. «Sai dirmi - mi chiese a un certo momento Fattori - perché la gente vuole cosi bene a Biagi?». «Perché somiglia un po' a tutti noi», avrei voluto rispondere, ma me ne stetti zitto per timore di dire una banalità. E invece no; la verità era proprio quella che mi era balenata in mente.
Adesso che purtroppo non c'è più e un altro come lui «tarderà molto a nascere se nasce», dobbiamo attestare che Enzo Biagi, classe 1920, nativo di Lizzano in Belvedere, un paesino della provincia di Bologna, sull'Appennino tosco-emiliano, ex partigiano di GL, giornalista che intervistò mezzo mondo, scrisse una novantina di saggi e di romanzi vendendo milioni di copie, era l'uomo che insegnò la professione a tutti noi e a tutti noi diede sempre moltissimo. Mesi fa, quando era tornato su Rai-Tre col nuovo programma 'RT / Rotocalco televisivo", ricorrevano cinque anni esatti dall''editto bulgaro" di Berlusconi che il 18 aprile 2002 lo aveva allontanato dalla tv. Ma Biagi aveva ripreso a lavorare malgrado due pneumotoraci e sei bypass e contava ora di sfruttare la sua enorme bibliografia di carattere storico per altri programmi ancora.
Da quasi mezzo secolo avevo l'onore di conoscere Biagi e per oltre vent'anni avevo avuto la fortuna professionale di lavorare con lui a ricostruzioni storiche della seconda guerra mondiale e a biografie di personaggi del fascismo e del nazismo. Nel tanto tempo trascorso fra giornali e giornalisti non ho mai incontrato un uomo altrettanto onesto, semplice, di enorme dirittura morale, un giornalista che al pari di lui scrivesse con altrettanta chiarezza ed efficacia (e confesso che il ritratto di suo padre cosi come l'ha tracciato in 'Gente che va" - o in 'Dicono di lei": cito a memoria - non riesco a rileggerlo senza profonda commozione) e che soprattutto avesse svolto in misura cosi ampia il lavoro di 'testimone del tempo" attraverso la realizzazione di straordinari 'scoop" storici: fu il primo a rintracciare e ad ascoltare - traducendoli poi in un libro-reportage a ragione divenuto celebre e introvabile, 'Il crepuscolo degli Dei" (Rizzoli) - i figli dei capi nazisti impiccati a Norimberga nell'ottobre-novembre 1946; fu il primo a rintracciare e a intervistare l'interprete di Stalin; fu il primo ad avvicinare nel carcere militare di Gaeta i criminali delle SS Kappler e Raeder, autori il primo della strage delle Ardestine, il secondo dell'eccidio di Marzabotto e di Sant'Anna di Stazzema.
In questi ultimi anni, quando mi capitava di incontrare qualcuno che mi chiedeva di spiegargli come mai Enzo Biagi fosse sempre cosi popolare fra il pubblico tv e cosi apprezzato dall'editoria mi ritornava alla mente Walter Winchell, un grandissimo giornalista che per oltre mezzo secolo, alla radio e nei giornali degli Stati Uniti, aveva rappresentato la voce di tutti, capitalisti e proletari, bianchi, neri e gialli, repubblicani e democratici, vecchi yankees e immigrati italiani perché la sua voce, piana e inconfondibile. Una mattina ero con Biagi in Galleria a Milano, uscivamo dal suo ufficio che si trovava all'ammezzato della libreria Rizzoli e andavamo a piedi verso casa sua. Io gli ero al fianco e notavo con stupore come i passanti si voltassero per guardarlo, per sorridergli, per fargli un amichevole cenno di saluto, per rivolgergli anche una sola parola: uno studente, carico di una cartella piena di libri, gli chiese se poteva stringergli la mano; una ragazzina gli disse: «Mio padre in casa parla sempre di lei» e tutto questo continuò fino a piazza del Duomo. Io ho sempre immaginato che quegli omaggi semplici e spontanei venissero dalla gente comune che vedeva in Biagi quello che gli americani avevano visto nel Walter Winchell degli Anni Quaranta».