Quel dibattito tra Soldati e Pampaloni
CAREMA. «E' il Carema Etichetta Nera, nato da un'accuratissima selezione di Uve Nebbiolo vendemmiate intorno al 20 ottobre, il vino di cui andiamo particolarmente orgogliosi, un vino che produciamo solo nelle grandi annate e che, per il limitato numero di bottiglie prodotte, è e resterà un vino per pochi eletti». Cosi spiega Roberto Ferrando, titolare dell'omonima azienda ed erede di una tradizione professionale che risale al lontano 1890, anno in cui Giuseppe, nonno di suo padre, giunto ad Ivrea da Acqui con l'intento di introdurre i vini piemontesi in Valle d'Aosta, fondò l'attività con sede nelle cantine dell'ex convento di San Bernardino, allora, come tutti sanno, abitazione di Camillo Olivetti.
«A partire dal 1957 - aggiunge Roberto - fu quindi suo nipote (cioè mio nonno) a iniziare ad occuparsi di uno dei vini più rari ricavati dal vitigno Nebbiolo, il ‘Carema' e, nell'omonimo Comune dove il Canavese fonde i propri confini con quelli valdostani, realizzò una cantina per la sua produzione e per l'invecchiamento».
Oltre al Carema, l'impegno produttivo dei Ferrando si è esteso all'intera gamma dei vini canavesani rendendo la cantina di famiglia ricca e prestigiosa: «Oggi - elenca con soddisfazione Roberto - il nostro nome di produttori è sulle etichette di Erbaluce di Caluso, Caluso Passito, Spumante metodo classico, Canavese Rosso, Canavese Bianco e Solativo Vendemmia tardiva».
In attesa della vendemmia a Carema, suggestiva anche per le caratteristiche del territorio, Roberto Ferrando tiene a ricordare quella al vigneto La Torrazza, a Borgomasino: «Si tratta di una splendida vigna, un tempo dei Conti di Masino e ora di proprietà di Milena Marocchi. Milena è di recente entrata nella mia società per una linea di prodotti che dal vigneto trae nome».
Roberto Ferrando torna quindi a parlare di Carema, un luogo che definisce 'unico". «Un luogo - aggiunge - che è cultura fatta prodotto, da valorizzare ed esportare ovunque, proprio come il vino che nasce dalle uve dei suoi vigneti».
«Carema ha una struttura strana e meravigliosa, che le deriva dalla sua ubicazione e dalla sua funzione, appunto come Venezia e Nuova York. Non diversamente da queste città, la sua bellezza è unica», scrisse Mario Soldati, intorno alla metà degli anni Cinquanta, nella novella intitolata 'Il vino di Carema". A proposito del quale aggiunse: «Dire del gusto di un vino buono forse è impossibile, perché il vino buono è come una musica e una poesia in cui l'armonia, la misura e la pazienza che presiedettero alla loro creazione non siano più rintracciabili, ridotte allo schiocco della nostra lingua contro il palato, magari chiudendo gli occhi e perdendoci in quei successivi attimi deliziosi quando non sappiamo se gustiamo un vino o sognamo».
La novella terminava però con il disappunto del suo autore nell'apprendere «che una grande azienda industriale stia meditando la costituzione di un ammasso del vino di Carema, una lavorazione in grande del vino di Carema, e la creazione del vino 'tipico" di Carema (...).Vino all'ammasso. Ma il vino, specialmente in Italia, è la poesia della terra. E la poesia non si porta all'ammasso».
Soldati aggiunse di temere che il gusto potesse risultare ‘artefatto'. Il dibattito crebbe, la polemica fini sui giornali. E dalle pagine de 'La Sentinella del Canavese" Geno Pampaloni gli rispose assicurandogli che il Movimento ‘Comunità' di Adriano Olivetti non intendeva affatto ‘collettivizzare' e gli ribadi con convinzione: «Tutti saremo a vigilare perché il vino che porta il nome di Carema sia fatto con l'uva di Carema».
Nel tempo, anche lo stesso Soldati riconobbe quanto ‘Comunità' fu determinante nella valorizzazione e nella tutela del ‘Carema' e, in un suo articolo, scrisse addirittura che «il vino di Carema, oggi, supera quello di una volta, caso più unico che raro».
«Un vino - aggiunse il grande scrittore e regista - appena appena aspro,appena appena allappante, appena appena amaro: forte e simpatico come un gusto di sole e di roccia».
Franco Farnè