Primo Maggio per salari dignitosi e sicurezza

IVREA. Folta presenza canavesana al Primo Maggio a Torino. Quest'anno, proprio perchè la capitale subalpina era stata scelta come sede nazionale per la festa del Lavoro, il Canavese ha concentrato la propria presenza al corteo con leaders politici e i segretari di Cgil, Cisl e Uil. Il Canavese, inoltre, si è presentato a Torino con un richiamo forte al 'caso Alto Canavese". Sabato scorso, infatti, organizzazioni sindacali ed enti locali avevano siglato un documento al termine di un consiglio comunale aperto a Pont dove sono state ricordate criticità preoccupanti, ma anche potenzialità sulle quali investire.
Il documento è stato portato ai segretari nazionali del sindacato confederale.
Alfredo Ghella, numero uno della Cgil del Canavese, sottolinea: «I temi di questo Primo Maggio sono molto sentiti. Basti pensare che sulla sicurezza del lavoro è intervenuto anche il presidente della Repubblica». Ghella sottolinea come, parlando di sicurezza, precarietà e questione salariale, si affrontino temi che vanno al di là della dialettica sindacale, ma sono realmente l'oggetto di una grande battaglia culturale.
«Io credo davvero - osserva - che su questi aspetti della vita quotidiana delle persone si giochi un pezzo della democrazia di questo Paese. Da tempo noi, come sindacato, cerchiamo di porre l'attenzione su questi problemi». Ghella è sindacalista di lungo corso ed è convinto che, sul fronte dei diritti e dei salari, si sia fatto un passo indietro: «Con le lotte degli anni Settanta e Ottanta pensavamo di avere risolto il problema della sopravvivenza dei lavoratori. Le lotte avrebbero dovuto consentire di portare a casa qualcosa in più. Ora, invece, ci troviamo di fronte lavoratori che non sono più in grado di arrivare a fine mese, che non hanno più la possibilità di garantire gli studi universitari ai figli, o, se sono giovani, non accedono a un mutuo e non formano una famiglia perchè non riescono a racimolare altro che contratti a tempo determinato». Il futuro? «Ripeto: è una battaglia culturale. Altrimenti si rischia di alimentare derive populiste ed estremiste che fanno male alla democrazia». (ri.co.)