Ultimi giorni per ammirare i reperti di Pompei La rassegna è ospitata nei locali della Manifattura
CUORGNE'.«Ormai, quanto più si avvicinavano, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e densa, vi cadevano ormai anche pomici e pietre nere, corrose e spezzate dal fuoco, ormai si era creato un bassofondo improvviso ed una frana della montagna impediva di accostarsi al litorale...». In uno dei passaggi della prima lettera di Caio Plinio il Giovane, scritta a Tacito per documentare la fine di Plinio detto il Vecchio, suo zio, c'è tutto lo sgomento per la tragedia immane che segnò la fine di Pompei, il 24 agosto del 79 dopo Cristo. Plinio il Vecchio, per la cronaca, non mori in mare sulla quadriremi che diresse verso le coste di Pompei per trarre in salvo i fuggiaschi che avevano cercato riparo sulla spiaggia, ma sulla spiaggia stessa, soffocato dalle emanazioni di zolfo di cui l'atmosfera, in un turbinio di ceneri e lapilli, era pregna.
Chi pensa a Pompei, e una recente fiction televisiva premiata dagli ascolti lo ha confermato, ha una visione riduttiva di ciò che era, di ciò che è stata, questa superba città dell'Impero, riconducendo il tutto quasi esclusivamente al cataclisma che la cancellò dalla storia. Ma Pompei, prima dell'eruzione del Vesuvio, fu una delle realtà più fiorenti e vivaci della Roma dei Cesari, un gioiello architettonico ed artistico che la straordinaria mostra ospitata presso la Manifattura di Cuorgnè permette di scoprire. Ancora sino al 30 aprile (dal lunedi al venerdi, dalle 9 alle 17,30; il sabato, dalle 10 alle 18; la domenica, dalle 14 alle 18) è possibile riassaporare il gusto e il modo di essere di un'epoca, entrare dalla porta principale e non di servizio nell'antichità che si disvela, davanti ai nostri occhi, in tutte le sue forme del vivere quotidiano.
Il percorso visite è studiato con un'accuratezza che solo certi musei e gallerie sanno proporre in occasione di grandi eventi. Val la pena soffermarsi davanti ai pannelli descrittivi e leggere nel dettaglio quanto, poi, le preziose teche sapranno regalare. Quotidianità, si diceva. Dall'alimentazione nella città vesuviane, dunque, ai sistemi di illuminazione, alla pittura parietale pompeiana, ai culti religiosi e molto, molto altro ancora. Certo, più dei vasi da cucina, delle urne funerarie, solo per citare alcuni reperti, l'attenzione volgerà sui calchi dei corpi dei tre fuggiaschi del Portico della Marina di Ercolano o della donna incinta morta carponi lungo la via Stabiana o dell'uomo seduto che si protegge il volto rinvenuto nei pressi della palestra di Pompei. Ma quanta emozione anche di fronte alla statua fittile della matrona proveniente dal giardino di una domus pompeiana, scelta, per altro, come il logo della mostra. E che dire, ancora dell'Idra bronzea della piscina di Ercolano o dell'Erma bifronte marmorea della Casa degli Amorini Dorati. Gli affreschi di Villa Sora sono una gioia per gli occhi, ma le visitatrici potranno anche sognare dinnanzi alla collana con 110 vaghi in cristallo di rocca agata. Simbolo del lusso, certo, e della bellezza, cosi magistralmente riassunta da Ovidio ne 'L'arte di amare". «E se il viso non ha il colorito roseo naturale, che gli viene dal sangue, lo si rende roseo ad arte - scrive il sommo -. Con arte rinforzate l'orlo rado dei sopraccigli e un piccolo neo orni le candide guance. E non è vergognoso marcare gli occhi con un sottile carboncino o con il croco...». C'è da prendere appunti. C'è da imparare. La cultura non stanca. Mai. (m.mi.)