L'altra festa. Anche più bella


IVREA.Un sabato sera ‘diverso', al Carnevale di Ivrea. E una festa ‘diversa', più lontana e, forse, anche più bella. E pensare che succede tutto per un disguido. Un ritardo di 10 minuti appena, ed entrare in Ivrea da sud-ovest, alle 20,35, è un'impresa epica. Via Miniere è già un lungo, interminabile parcheggio su entrambi i lati della strada, a partire da Banchette Vecchio. Incuranti (e presuntuosi) avanziamo lo stesso. Qualche buco per la macchina spunterà fuori, chissà.
Il ‘buco' si chiamerà via Monte Ferrando. Ci inghiottirà fino a via delle Rocchette, in riva alla Dora, per farci scoprire con bestemmiato disappunto che l'uscita in Borghetto è già chiusa da un pezzo per la festa dei Tuchini. Ci salverà un largo spazio, in aperta campagna, dietro le case popolari, faticosamente raggiunto e occupato da un centinaio di auto.
Restano ancora 15 minuti. Ce la faremo per arrivare a piedi in piazza di Città. Dove, invece, non arriveremo mai. Il fiume in piena della gente - che fa festa fuori dalla festa, che non legge e non conosce il programma, il protocollo, gli orari e si diverte ed è felice lo stesso - ci sommerge e trascina appena sbucati in Borghetto. Sul Ponte Vecchio, un'orchestrina degli Auc suona una nenia stonata, dolcissima e disperata. Più in là, in piazza Bergoglio, bambini in maschera su un palco illuminato e colorato dagli Amis du Purtugal seppelliscono allegramente sotto cannonate di coriandoli il serpente umano che sale verso via Arduino. Sale e si ferma in cima a via Arduino. Andare oltre non è possibile.
Duecento metri più sotto, in piazza di Città, la festa sarà già iniziata, la Mugnaia (che non vedremo neppure, tra una spintonata e l'altra, durante l'interminabile eppure veloce sfilata) sarà già sul balcone... Evvabbè, è festa anche questa, è festa anche qui. Lontano dall'altro Carnevale, più urlato che rappresentato, più udito che visto, più pazzo (e qui, forse, è giusto cosi) che mascherato o finto. Basta scendere per via Riva, o provarsi a farlo: sotto, quello che era corso Cavour trasformato in un fiume umano, colorato e vociante, che sovrasta l'altro vero fiume, la Dora. E, lungo la discesa, una appetitosa fila di bancarelle con salsicce calde e fumanti e vino e birra e urla e risa e fumo e pianto. Tante, troppe le ragazze delle varie squadre di aranceri con gli occhi impastatati di trucco e di lacrime. Sarà la stanchezza o l'alcool o la gioia o la tristezza di un addio o le vertigini di piacere e di libertà, chissà... Ma Carnevale, a Ivrea, è anche questo, è anche qui.

Pino Bellocco