La letteratura ‘leggera' di Marco Pongan


Nasce come video-scrittura, in perenne posizione verticale (solo la direzione - almeno, quella - è canonica); una scrittura che non conosce carta e penna - «e neppure macchina da scrivere», si lascia sfuggire lo stesso autore -; una scrittura che non esisterebbe, se non esistesse il computer; una scrittura che dimostra «come si possa scrivere anche senza saper scrivere» (ancora parole dell'autore). Parliamo di Marco Pongan, di professione scrittore di software, e del suo romanzo d'esordio, "Quali coloro - coloro i quali" (Edizioni Il Foglio, Piombino, 2006, pagg. 267, euro 15,00).
Il libro, presentato giovedì scorso in una "resuscitata" e gremita sala a cupola della Serra, colpisce già di primo acchito per la "doppia" e furba copertina, come a voler anticipare, visivamente, che si tratta di una storia in più storie, di un romanzo a più livelli, di un racconto a più voci.
Ma, su tutto, al di là della sottile trama - un giallo minore, volutamente debole e leggero, protagonista una giovane poliziotta a capo del Commissariato di una piccola città come Ivrea -, quello che più colpisce nell'opera prima di Pongan è l'abito (e l'ambito) linguistico, la dimensione giocosa, umanissima e quasi frivola del linguaggio (leggere, per credere, il capitolo LXXIV, mezza paginetta appena), un continuo susseguirsi di giochi di parole (a cominciare dal titolo), una capacità espressiva che fa dell'ironia - e, spesso, dell'autoironia - il suo punto di maggiore forza e freschezza. Una veste letteraria, insomma, che richiama da vicino le pagine più riuscite di Stefano Benni e i rompicapi linguistici più divertenti di Stefano Bartezzaghi, e che lascia il lettore piacevolmente stordito. E ammirato, anche. E sorpreso, fino all'imbarazzo.
Quella di Pongan è, infatti, una scrittura dolcissima e insieme irritante, un modo di raccontare che avvolge e insieme disorienta: nessun colpo basso, niente violenza, sangue, suspense, morte, ma tantissimi, anche esagerati e strabilianti, effetti speciali; un tono colloquiale, quasi diaristico, una lingua chiara e semplice, ma nemica giurata della grammatica, e che odia, perchè non la capisce - e, forse, neppure la conosce -, la punteggiatura. Non è solo un problema formale, questo, si badi: la prosa di Pongan ne acquisterebbe, crediamo, non solo in eleganza espressiva, ma in una più immediata e più godibile leggibilità.
Eppure, regge bene, e fino in fondo, la gabbia lessicale e di idee costruita da Pongan, funzionano a dovere le smorfie linguistiche, le moine alfabetizzate, e il lettore si lascia catturare (e fregare) da una melodia di parole e di pensieri, di doppi (e tripli) sensi, di spazi apparentemente vuoti, di pagine bianche e "chiarissime". Una lingua - e una filosofia di vita - quasi da cantare, leggera e aerea qual è. Come già per la musica, sarà la letteratura "leggera", forse, a dettare e a segnare la storia dei nostri tempi. E, chissà, anche di quelli a venire.

Pino Bellocco