«Difficile che accada a Ivrea un episodio così»
IVREA. «A rigore, nessuna scuola, e a nessun livello, purtroppo, può chiamarsi fuori e dirsi estranea o esente da fenomeni di bullismo, neanche nella sua forma più atroce e vigliacca come quella verificatasi nei giorni scorsi in un istituto superiore ai danni di un ragazzo Down»: è il parere di Nicolò Zero, preside della scuola media statale "Leonardo da Vinci", che subito precisa: «Voglio dire: non c'è scuola che non educhi alla tolleranza, al rispetto, alla solidarietà. Sono principi e valori che stanno alla base di qualunque progetto e percorso didattico, dalle Elementari agli istituti superiori. Il problema, allora, è un altro. E' capire quanto possa incidere, e incide tanto, l'ambiente esterno nel quale la scuola è inserita».
E quanto il "fuori", la realtà sociale possa limitare, se non vanificare, l'attività didattica, è facile capirlo dalle parole del dirigente Zero: «Ad Ivrea, per esempio, un episodio del genere difficilmente potrebbe accadere. Guardiamoci attorno: qui da noi esiste ancora una misura umana, una condizione sociale, un humus culturale che rende, tutto sommato, vivibile la pur difficile vita di oggi. Se prendiamo, invece, una qualunque periferia di una qualunque metropoli italiana, dove c'è poca famiglia, poca casa, poco lavoro, scarsa organizzazione del tempo libero, e dove i giovani faticano a trovare riferimenti, valori di vita, e l'unico rifugio, l'unica protezione per loro sembra essere solo all'interno del branco, alla fine, allora, è già un miracolo che queste cose succedano solo di tanto in tanto...».
Ma perchè a scuola? «Ma perchè la scuola è - risponde secco il preside Zero -, e non potrebbe essere diversamente, la cassa di risonanza, a volte assordante, lo specchio che riflette i disagi, i mali, i guasti della società».
Quanto all'indifferenza, alla non ribellione verso l'ingiustizia, alla mancata reazione degli altri giovani di fronte ad episodi di piccola e grande violenza contro i più deboli, «tutto ciò si può spiegare - precisa ancora Zero - con la solitudine dei ragazzi di oggi, con le paure e l'insicurezza di cui sono preda e con l'incertezza sempre più pesante per il futuro che li aspetta».
«Diciamo - precisa il preside della media Da Vinci - che questi ragazzi che sono testimoni di atti di violenza e non si ribellano, non si oppongono, girano la testa dall'altra parte, sono complici e vittime allo stesso tempo. Hanno paura di essere espulsi, di trovarsi ancora più emarginati. Abbandonati a se stessi, si rifugiano allora nel gruppo. E sanno bene che, pur avendo il coraggio di ribellarsi a queste cose, non possono farlo perchè alle spalle non trovano un altro gruppo così forte da proteggerli. Non trovano, come era per noi, nel passato, amici veri, la famiglia, l'Oratorio, le maglie sociali, calde e strette, della vita di quartiere».
Cosa c'è da fare, allora? «C'è molto da fare - conclude il preside Zero -, e proprio partendo dagli adulti. Non si può aspettare che i ragazzi crescano e poi si vedrà, ma vanno aiutati a prendere coscienza, ad assimilare subito gli insegnamenti che la scuola tenta, non sempre, purtroppo, riuscendoci, di tramandare loro».
«Ma, certo, è assolutamente necessaria, su questo terreno, la collaborazione di tutte le componenti sociali. Dirò di più - conclude il preside Zero -: nulla cambierà, in meglio, s'intende, se non torneremo tutti, ognuno nel proprio ambito, a fare fino in fondo il proprio dovere: di genitori, di insegnanti, di amministratori, di promotori culturali, di persone attente e vicine ai giovani e al loro futuro. Che è, poi, il nostro futuro». (p.b.)