‘Non è colpa del clima, ma delle infrastrutture'
IVREA.Quattrocento millimetri di pioggia in trentasei ore. Per capirci: con analoga quantità di pioggia abbiamo vissuto l'alluvione del settembre 1993.
Luca Mercalli, meteorologo, sottolinea che le piogge hanno avuto violenza rilevante. «A Corio Canavese - dice - ad esempio, sono caduti più di 400 millimetri di pioggia in 36 ore. La metà di tutta la pioggia che cade in un anno ad Ivrea». La pioggia è stata tanta e concentrata e risulta tanto più pericolosa, in questo periodo, anche per il fatto che, in montagna, la neve è sopra i tremila metri e, di conseguenza, i fiumi devono essere in grado di accogliere e scaricare tutta l'acqua. «L'allarme - osserva Mercalli - è stato assolutamente giustificabile, visti i livelli pluviometrici. Va detto, però, che il territorio ha accusato bene il colpo. Il terreno era molto secco, le dighe della Valle Orco con poca acqua e quindi non ci sono stati effetti molto pesanti».
E ora? Venerdì pomeriggio, Mercalli rassicurava: «Il peggio è passato. Nel fine settimana ci sono alcuni spazi per le schiarite. Saranno giornate autunnali con rovesci, ma decisamente il peggio è passato».
Quello che non è passato e che non deve passare, però, è lo spunto per riflettere sull'uso che, nel corso dei decenni, è stato fatto del territorio. Che, ad ogni pioggia violenta, cresca il timore nell'osservare come i fiumi facciano presto ad ingrandirsi e a diventare minacciosi è ormai un dato di fatto. Così come, anche venerdì, le piccole esondazioni che costringono a chiudere strade e ponti. Osserva Mercalli: «Quando i fiumi esondavano duecento anni fa, le acque si riversavano nelle campagne. Oggi, la stessa acqua incontra nel suo percorso infrastrutture di ogni tipo». Mercalli, conosciuto anche per il suo impegno diretto sul fronte dell'ambiente, rimarca: «Credo che la riflessione vada rovesciata. Non ci si deve focalizzare su come cambia il clima, ma su come è cambiato l'uso del territorio. Dal punto di vista del territorio, noi e la cultura del cemento ci stiamo suicidando. Non pensiamo che un uso dissennato del territorio fa aumentare poi i costi legati, ad esempio, ai danni del maltempo? Sul tema, con alcuni professori universitari, abbiamo anche sottoscritto un appello». (ri.co.)