«Buona la ‘proposta Turco'»

IVREA.E' un "sì" senza esitazioni alla proposta del Ministro Livia Turco che obbligherebbe diecimila primari e capo dipartimento italiani a lasciare la libera professione per lavorare in rapporto esclusivo con il Servizio Sanitario Nazionale. Lo dice, veramente convinto, il dottor Ugo Marchisio, direttore sanitario delle Aziende Sanitarie 7 di Chivasso e 9 di Ivrea.
Il dirigente canavesano ritiene che sulla proposta sia stato sollevato un tale polverone che non permette, in particolare agli utenti della sanità, di comprendere i termini esatti della questione e spiega: «Nelle Aziende 7 e 9, ad esenpio, sarebbero soltanto due i primari che vedrebbero mutata la loro situazione professionale, perché non hanno appunto vincoli di esclusività con l'azienda pubblica e possono anche lavorare, ad esempio, in cliniche private».
Alcuni anni fa, quando era in vigore la legge Bindi, i medici dovevano scegliere infatti se lavorare esclusivamente per il privato o per il pubblico. Di fronte alla necessità di scelta, nelle due aziende canavesane 7 e 9 quasi tutti i medici optarono allora per la sanità pubblica, con la possibilità, per chi voleva, di mantenere l'esercizio della professione esterna "controllata" dall'azienda pubblica, che, teoricamente, dovrebbe garantire i locali per le visite. Questo però non avviene quasi mai perché gli spazi a disposizione, in particolare presso l'ospedale di Ivrea, sono pochi. Pertanto i medici ricevono i pazienti in locali di loro proprietà.
«Non è vero assolutamente che la proposta del ministro Turco provocherà la fuga in massa dagli ospedali - spiega il dirigente -. Io penso si debba considerare che i bravi medici sono diventati tali grazie proprio alla struttura pubblica, dove hanno iniziato a lavorare, a farsi le ossa, ad acquisire esperienza su un'ampia utenza e con a disposizione attrezzature altamente specializzate».
«Chi è bravo - prosegue Marchisio - fa personalmente bella figura ma la fa anche la struttura per la quale lavora a cui il professionista dovrebbe almeno riservare riconoscenza. A sua volta l'azienda deve ricompensare la bravura e cercare di rispondere alle aspettative di tanti medici. Purtroppo non sempre ciò riesce per problemi economici ma è intenzione dell'assessorato regionale piemontese gratificare chi si impegna e soprattutto ridurre il dilagare del privato».
«La salute è una "questione pubblica" e non un business, per pochi privilegiati, anche se bravi. Va inoltre trovata la giusta e umana dimensione per l'esercizio della libera professione, da svolgere rigorosamente in ambienti confortevoli, con medici che godono della fiducia dei pazienti. La proposta del ministro della Sanità - dice Marchisio - non è sbagliata come non lo era la legge Bindi e non fa affatto torto ai medici. Semplicemente li costringe ad una maggiore coerenza e rende più redditizie le risorse investite nella sanità pubblica».
Una posizione, quella del direttore sanitario delle Asl canavesane, che ha suscitato un vivace dibattito trovando sostenitori e oppositori sia fra chi amministra la sanità che fra i primari direttamente interessati.
Giuliana Airoldi