Al via un'indagine sui danni alla salute nei call-center
IVREA.Incontro nei giorni scorsi, presso la sede eporediese della Cisl, con Franco Aloia, Daniela Albiati (Uilcom-Uil) e Vittorio Bellone (Fistel-Cisl), insieme ad illustrare un intervento di monitoraggio che i due sindacati delle telecomunicazioni hanno messo a punto per verificare i meccanismi di garanzia della salute all'interno dei call-center canavesani di Vodafone e Wind.
Spiega Daniela Albiati: «L'iniziativa è nata due anni fa, a Torino, in seguito alle problematiche riscontrate giornalmente dai nostri colleghi ed emerse nelle assemblee, relativamente alle difficoltà registrate dai dipendenti nell'affrontare una giornata lavorativa caratterizzata da un continuo peggioramento dell'attività».
«Il boom dei call-center avutosi a partire dal 2000 - continua la responsabile Uilcom-Uil -, unito alla competitività tra le varie aziende sui servizi offerti alla clientela, ha portato all'interno dell'attività quotidiana un peggioramento dovuto all'aumentare dei carichi lavorativi e, contemporaneamente, alla riduzione dei tempi di gestione delle varie chiamate. Il lavoratore si è trovato sottoposto a un ritmo frenetico con la necessità di aggiornamento continuo tecnico, tecnologico e commerciale, e con il fatto che non ha spazi per potersi in qualche modo "ricaricare": tutto questo aumentare del carico di lavoro, infatti, non è stato seguito effettivamente da un adeguamento dei ritmi o dall'aumento delle persone che si occupano di questo settore ed ha pertanto creato negli addetti una crescente difficoltà a far fronte alle attività giornaliere divenendo un lavoro pesante che sfocia in una fonte di malessere sia psicologico sia fisico».
Non riuscendo a trovare una soluzione per conciliare le esigenze lavorative aziendali con le esigenze di vita personali dei lavoratori, i sindacati hanno deciso di provare un altro tipo di percorso: fare un'indagine con dei dati certi e scritti, forniti da chi opera direttamente in questo settore, e finalizzata al trovare delle soluzioni che possano permettere alle persone di vivere serenamente la propria attività lavorativa.
Aggiungono Vittorio Bellone e Mattia Boldrin: «Abbiamo sempre trovato difficoltà ai tavoli negoziali a risolvere questo tipo di problematiche. Nel maggio scorso, a seguito di una nostra notifica all'azienda in merito a questi problemi, abbiamo richiesto un incontro straordinario con l'azienda stessa e con le parti in causa, ai sensi della legge 626, affinchè venisse presa in considerazione l'attività di call center come voce da inserirsi nel documento di valutazione dei rischi della salute del lavoratore, attualmente limitati all'uso di materie e macchinari pericolosi o, al massimo, all'uso di video- terminali. Non ci è ancora giunta risposta. Senza contare che le stesse Asl stanno istituendo delle commissioni per riconsiderare alcune malattie professionali».
Perché è in discussione la salute? Risponde Aloia: «Perché a differenza di lavori tradizionali dove ormai esistono dei limiti di soglia definiti per via legale o per via contrattuale, nei call-center non esistono normative definite che consentano di trovare un punto di contatto tra sindacati e aziende a tutela della salute anche di questo tipo di lavoratore. Trattandosi di lavori nuovi, in un campo non contrattualmente esplorato, ci proponiamo, con questa iniziativa, di crearci anche qui, in via contrattuale e in linea giuridica, dei punti di riferimento. Ci interessa intervenire in una questione così nuova e importante per giungere ad accordi o a norme che possono essere definiti o congiuntamente tra noi e le parti, oppure da terzi chiamati a definire i limiti di soglia di ciascun rischio per la salute».
«Questa indagine - sottolinea ancora Aloja - non è condotta dal solo sindacato, ma si appoggia anche a strutture competenti: i dati verranno raccolti e consegnati a esperti del ramo che valuteranno attentamente tutte le varie risposte date dai lavoratori per capire esattamente quali possano essere i sintomi del disagio. Inizieremo questa nostra indagine sindacale dalle aziende grandi perché con i dati raccolti e confermati lì, avremo anche gli elementi per poter in seguito interferire con le aziende dell'indotto dove la forza sindacale sicuramente è inferiore per effetto di una maggiore precarietà del lavoro».
Franco Farnè