‘Così evitammo che Ivrea fosse bombardata dagli Alleati'


Nella notte fra il 23 e il 24 dicembre 1944, un gruppetto di partigiani violava il blocco del ponte ferroviario di Ivrea facendolo saltare ed evitando un micidiale bombardamento aereo della città che gli Alleati avevano programmato per interrompere i rifornimenti ai nazifascisti di materiale bellico proveniente dalla Cogne. L'operazione, condotta in prima persona dai patrioti Alimiro e D'Artagnan e resa possibile dalla generosa "complicità" di civili che per mesi ospitarono il comando partigiano, rimane un esempio particolarmente significativo di come, anche nell'asprezza della lotta armata, molti corsero rischi aggiuntivi per evitare vittime tra la popolazione e tra gli stessi nemici.
* * * «Sono le 3 e 10 del 24 dicembre 1944. La luna è scomparsa da un'ora. Scruto il movimento della ronda, mi modello lungo i tralicci per evitare d'essere scoperto e resto immobile fino a quando, passata sul ponte nuovo, essa non scompare dietro l'Hotel Dora e si dirige verso la Stazione. Riprendo il mio lavoro. Scendo sull'altro traliccio incrociato della fiancata e D'Artagnan mi passa la seconda bomba...». E' lo stesso comandante Alimiro a raccontare dettagliatamente ("Le memorie di Alimiro", Enrico Editori) il secondo e definitivo sabotaggio del ponte ferroviario di Ivrea. Più tardi, un botto tremendo, accompagnato da un bagliore che illumina a giorno la città, e il ponte ferroviario di Ivrea si inginocchierà definitivamente nella Dora.
Il sabotaggio si svolge nell'oscurità totale. I due, aggrappati ai gelidi tralicci del ponte, sospesi nel vuoto sulle acque del fiume che scorrono dieci metri più in basso e minacciano di concludere un eventuale tuffo in un abbraccio definitivo, lavorano a pochi metri dal posto di guardia e dalla caserma Valcalcino dove è insediata la Decima. Uniche difese, un coraggio che sfiora l'incoscienza, una prontezza di riflessi eccezionale e un pugno di compagni armati a coprire - per quanto possibile - l'operazione di sabotaggio che durerà settanta interminabili minuti, fino alle 4,10.
«Certo, non è stato facile né divertente - commenta oggi D'Artagnan -. Disarmati e vestiti di semplici tute nere per non essere impacciati nei movimenti e per mimetizzarci nel buio, potevamo contare solo sulla buona sorte, oltre che sui pochi compagni appostati nei pressi del ponte». Il freddo della notte di dicembre, anche se intenso, non lo avvertivano neppure e a "riscaldare" ulteriormente i due patrioti contribuivano le luci e rumori improvvisi provenienti dai nemici.
«A un tratto - continua l'aiutante di Alimiro - veniamo illuminati da una luce che proviene dalla piazzola del posto di guardia tedesco. Ci fermiamo di colpo, spaventati, ma per fortuna era soltanto una delle sentinelle che si faceva luce per spaccare la legna...».
Infine, il "lavoro" si conclude. D'Artagnan ha finito i pacchi di plastico che Alimiro ha fissato ai tralicci collegandoli con estrema attenzione. Dopo un ultimo controllo è il momento di raggiungere i compagni presso la "base" a Casa Lapis, dove comincia l'ansia dell'attesa, il timore che, nonostante le precauzioni e la scelta degli orari, l'esplosione possa coinvolgere un treno carico di passeggeri.
«Salgo sul colle nei pressi del Redentore - racconta Alimiro - e attendo il risultato. E' passata la mezz'ora rituale. I compagni sono in pensiero, mi chiedono se stimo che il lavoro sia stato ben fatto, si dubita sul risultato delle matite (i detonatori, ndr) e intanto il tempo passa. I momenti sono angosciosi per tutti, io stesso comincio a impensierirmi, vorrei partire di corsa e tentare di dare la miccia... quando un lampo formidabile, e quasi subito uno scoppio tremendo, rivela che tutto era a posto».
Sono le 4 e 50 del 24 dicembre 1944. Alimiro, D'Artagnan e i loro compagni festeggiano il successo insieme alle famiglie che li ospitano a Casa Lapis fin dai primi giorni della Resistenza, i Realis-Luc e i Gatti (entrambe non si limitarono alla pur rischiosissima ospitalità, perché al gruppo GL parteciparono attivamente con i figli Felice Realis Luc (Lapis) e... Gatti (Mirto).
Poche ore dopo avranno la conferma che anche questo sabotaggio si è limitato a pesanti danni materiali, senza provocare vittime neppure fra i nemici. Non è un caso. E' la regola non scritta, ma rigorosamente rispettata dai sabotatori del battaglione "Fratelli Rosselli", VIIª Divisione GL, diretto dal mazziniano Alimiro.
Oggi, sessant'anni dopo, il terrorismo ha sostituito il sabotaggio, la riuscita di un'operazione si misura con il numero delle vittime e si conclude con la glorificazione degli attentatori kamikaze. Altri tempi, certo, e in un contesto molto diverso, anche se non mancavano gli agguati e i combattimenti accaniti. Inoltre, la strategia di Alimiro, tesa a evitare l'inutile spargimento di sangue, spesso comportava ulteriori rischi per l'incolumità dei sabotatori e delle squadre di protezione, ma tuttavia questa scelta era "pagante" poiché calamitava simpatie, solidarietà e appoggio della popolazione civile, determinanti per la lotta partigiana.
Ne sono testimoni i superstiti di quella squadra, D'Artagnan (Amos Messori) e Pettirosso (Ferruccio Richeda) che con Alimiro (Mario Pelizzari), Carlo (Remo Maffei), Franc (Lanfranco Borga), Fulmine (Guerrino Maffei), Lapis (Felice Realis Luc), Noto (Filiberto Pomo), Nuccio (Oscar Ganio), Sparito (Giuseppe Marchetto), Saetta (Aldo Balla), Gim (Gino Barbieri), parteciparono all'azione del 24 dicembre e a tante altre con altri compagni.
Nonostante le grandi difficoltà di preparazione dei sabotaggi (reperimento dell'esplosivo necessario, osservazione dell'obbiettivo, definizione dei dettagli del sabotaggio e della copertura) non costituirono l'unica attività di Alimiro e dei suoi. Collegamenti fra Canavese - Biellese - Valle d'Aosta e Comandi Alleati, raccolta di informazioni, reclutamento di uomini e donne, partecipazione politica volta a contrastare il movimento secessionista filo-francese, impegnarono duramente e fino alla Liberazione e i risultati positivi ottenuti furono resi possibili grazie all'aiuto determinante della popolazione civile, come nel caso di "Casa Lapis", sita a Sant'Antonio nei pressi di Ivrea.
«La filiale accoglienza ricevuta in quella casa - sottolinea Alimiro - e la stessa partecipazione patriottica dei componenti le famiglie Realis-Luc e Gatti, ha permesso alla mia piccola formazione partigiana di sviluppare indisturbata la sua attività dal settembre 1943 fino all'arresto di tutti i domiciliari della stessa casa, avvenuto il 12 marzo 1945... Il parlare ora di quanto fu fatto in Casa Lapis ha per scopo di far conoscere quanto sia stato generoso il cuore di chi mise a disposizione della causa italiana tutto quanto possedeva... Un plauso che noi tutti patrioti canavesani e valdostani della VIIª Divisione GL rivolgiamo a Battista Realis-Luc e a sua moglie signora Paolina che, arrestata, fu condotta nelle carceri di Aosta dove rimase per 40 giorni, 8 dei quali in una buca di segregazione per non aver voluto fare delle rivelazioni che interessavano ai nemici. Fu liberata dai partigiani (il 40º giorno) insieme ad altri detenuti politici».

Pino Ferlito